domenica 5 febbraio 2017

"So disegnare su un foglio con le parole"

Questo dovrebbe essere un post di update del progetto A year in a postcard, in realtà conterrà anche una storia.

Innanzi tutto ecco i luoghi ufficiali dove potete trovare informazioni su questa avventura, se ancora non la doveste conoscere: il blog, l'account Instagram.

La fotografia che ho scelto è la penultima cartolina che ho inviato, l'ultima invece credo sia ancora in viaggio verso la cassetta di Norma, Nuvolesulsoffitto. Quella che vedete quassù è Il Bosco della Fatica, è stata preparata durante una settimana complicata e piena di incastri, senza sapere che i giorni a seguire sarebbero stati anche peggio :-).
Ho usato i timbri in gomma, impiegando solo stampi incisi da me, perché è la tecnica che padroneggio meglio, che mi rappresenta maggiormente e che mi regala le soddisfazioni più grandi. Inoltre, è anche la tecnica che mi ha tenuto compagnia durante tutto il 2016, grazie al progetto delle #fogliegentili e sentivo il bisogno di ritrovarla per un attimo.

Come scrivevo all'inizio, però, questo post non è solo un aggiornamento, ma è anche il luogo in cui racconterò una piccola storia, legata in particolare alla cartolina della foto. Il giorno che l'ho spedita, infatti, ho ricevuto un messaggio: "Secondo me stamane sono stato testimone di un pre-imbuco di una nuova cartolina. Possibile?"
Eccome se era possibile, la mattina avevo inviato Il Bosco della Fatica a GIö e avevo attraversato la strada tenendo in mano la cartolina e saltellando verso la buca delle lettere vicino all'ufficio postale. In coda al semaforo un amico ha visto la scena e, pare, ha anche provato a salutarmi, emozionato per aver capito il momento. Un attimo dopo, raggiunto l'altro lato della via, ho scattato la foto che vedete quassù (senza essermi accorta di nulla).

Un aspetto che viene fuori spessissimo nel gruppo delle partecipanti di #ayearinapostcard è la corrispondenza di momenti, la presenza di coincidenze magiche, la condivisione di sensazioni:
questo piccolo aneddoto che ho raccontato mi pare possa proprio considerarsi tutte e tre le cose messe insieme. L'idea di essere vista mentre facevo qualcosa di così personale, mentre mi accingevo a lasciare un oggetto molto intimo perché portava con sé la descrizione disegnata di un periodo di grande fatica e l'idea di aver suscitato stupore in quel brevissimo istante in cui ho attraversato la strada mi è sembrata allo stesso tempo una cosa buffa e meravigliosa.

Non potevo che inserire questo aneddoto nel post di aggiornamento del progetto, se non altro per condividere con le mie compagne di viaggio l'ennesima coincidenza speciale.

P.S. Il titolo arriva direttamente dal secondo verso Cinghiali Incazzati degli Ex Otago

sabato 28 gennaio 2017

Ventiquattro ore per essere felici


Sabato mattina, sto lavorando. Fosse domenica starei lavorando comunque.

Non mi lamento, non me ne vanto, c'è qualcosa che non va perché non posso (e non voglio) lavorare sette giorni su sette, a ogni ora, su mille binari distinti. Non posso (e non voglio) perché so benissimo che così le cose non funzionano bene, che prima o poi "ci scappa il morto". Potrei essere io a non reggere, potrebbe (ed è infinitamente più probabile) che a uscirne male sia il lavoro stesso.
Ho una testa sola, anche piuttosto stanca e confusa, devo imparare a filtrare, a stabilire e rispettare orari e tempi di recupero, a dedicare energie e attenzione a una cosa alla volta.
Non sembra facile perché non lo è, ma è necessario e vale la pena (e le pene) provarci.
Detto questo, oggi scrivo di una di quelle volte in cui oltre che provarci ci sono pure riuscita.
Sabato scorso, a quest'ora, stavo davanti a una mummia secca, con le ginocchia strette contro il petto, rannicchiata dentro a un sarcofago polveroso.

Sono impazzita? No, ero al Museo Egizio.


Non ci andavo da venticinque anni e quando siamo usciti abbiamo subito incontrato un manifesto promozionale del nuovo allestimento museale che interpretava perfettamente il nostro pensiero dicendo una cosa tipo "se l'ultima volta ti ci ha portato la maestra è ora di tornare a visitare il Museo Egizio di Torino". Esattamente.
Noi abbiamo avuto la fortuna di beccare una guida bravissima, molto chiara e pure simpatica, con un bell'accento del sud, così diverso rispetto al piemontese stretto che avevamo sentito fino a un attimo prima di entrare... Siamo rimasti due ore abbondanti tra vasi, parrucche, sfingi e poggia testa, poi siamo usciti nel gelo, abbiamo mangiato in un posto orribile dove ho atteso più di mezz'ora per un piatto di verdure grigliate e robiola e dove alla fine ho mangiato verdure semi crude, Philadelphia e un insetto. Ma va bene così, dopo la cena buonissima della sera prima e la colazione splendida della mattina, al pranzo si può anche rinunciare.

Il motivo per cui ci siamo spinti fino al Po era questo. Volevamo fare una foto da un punto panoramico dove si vedessero bene la Mole e le Alpi e dove, poco dopo il mio scatto, si è vista pure una mongolfiera bianca prendere il volo lenta e gigantesca.
Quando si dice Mole si dice anche Melissa Erboristeria, ovviamente ci sono andata, ovviamente avevo con me una lista, ovviamente ho comprato tutto quello che c'era scritto sopra, meno ovviamente non ho comprato qualcosa in più.
Però poi fuori c'era Muji e non si può avere tutto dalla vita. Le penne servono sempre, le pinzette sono utilissime, gli elastici a molla non li avevo mai provati, il fermaglio a becco è un must have, la candela al sandalo "che la vuoi lasciare lì?", le mollette da bucato mi sono cadute tutte nel cavedio. Per fortuna alle sei avevamo il treno.

Per chiudere il cerchio con la premessa iniziale, sabato scorso sono stata una giornata a Torino per respirare un momento dopo un venerdì lavorativo iniziato alle 4.30 del mattino e concluso alle 18. Ho dormito in questo posto meraviglioso, mi sono distratta dai pensieri, ho visto cose bellissime che non conoscevo o non ricordavo, ho camminato nel freddo senza quasi sentirlo e sono tornata a casa, con la mente libera e pronta per una nuova settimana di lavoro.

Oggi non ci sono riuscita, ci riproverò.

mercoledì 18 gennaio 2017

"To do nothing is the hardest job of all"

Per chi, come me, fosse un fan sfegatato di The Crown il titolo scelto per questo post non ha misteri, altrimenti la spiegazione è semplice: il vero, duro lavoro della Regina d'Inghilterra è quello di non fare nulla, almeno così sentenziò la nonna sul letto di morte.

Lungi da me volermi anche solo lontanamente paragonare alla Queen, ma le parole della frase vanno benissimo per chiunque si stia trovando, all'inizio dell'anno, con una marea di scadenze da rispettare, di progetti da far partire e di percorsi da chiudere.
Come tradizione vuole, quando sono nella merda vera mi affido al potentissimo mezzo dell'elenco; data la situazione attuale direi che non ho altra scelta anche questa volta, dopotutto l'ultima lista risale a più di un mese fa. Ecco, dunque, quello che ho fatto e quello che (forse) farò:

1) Ho aperto partita IVA. Sbam, pronti via, la notizia più grossa e pesa la buttiamo fuori subito e passa la paura. In realtà la paura resta, arriva a ondate che vanno dal "Ommioddio, sono fuori legge, andrò in galera domani", al "Vabbé oh, sto facendo la prima fattura e forse è pure corretta". Il futuro non lo conosco, meglio così.

2) Ho tenuto un corso per educatori e docenti qui, un posto bellissimo. Ha voluto dire svegliarsi alle 4.30 e rientrare alle 20.30, ma ne è valsa la pena. Tra due giorni ci torno e ci aggiungo un carico da novanta: sabato a Torino per visitare il Museo Egizio, fare un bel giro e svaligiare Melissa.

3) Ho scelto il libro per il Leggermente di Gennaio e, se i miei diabolici piani (e il mio cervello) reggono, conto di scrivere il post in treno, di ritorno dalla trasferta.

4) Ho superato brillantemente dignitosamente un virus gastrointestinale che ero mezza sicura mi avrebbe uccisa.

5) Non ho comprato nulla nei saldi. Ho carrelli pieni in ogni sito ma, complici la carta prepagata a zero e il terrore delle tasse da lavoratrice autonoma (mi fa ansia già solo scriverlo), non oso pigiare il tasto acquista. Meglio così.

6) Sto ragionando su un loghetto che mi rappresenti, nulla di complicato, magari resterà solo un ragionamento. Se così non fosse sarete i primi a saperlo.

7) Ho fatto una bella gita lungo un sentiero nuovo, non troppo impegnativa, ma piena di piccole meraviglie.

8) Ho formalizzato un contrattino in università, nulla di trascendentale, in realtà sono cose vecchie che si ripropongono come la peperonata e ora vanno finalmente digerite.

9) Sto portando avanti il progetto #Ayearinapostcard con entusiasmo e curiosità.

10) Sto entrando a piè pari in un secondo giro di influenza, ma considerando che esco alle 8, torno alle 20, lavoro o studio dopo cena, mi faccio venire il ciclo con una settimana di anticipo e, quando me la sento, vado in palestra, direi che ci sta.

P.S. La foto l'ho scattata durante la gita di cui parlavo al punto sette, sono due cassette della posta e sono perfette per riassumere il progetto delle cartoline, la mia navigazione lenta e inesorabile (con e senza vento), il mare di cose da fare che mi attende.




domenica 8 gennaio 2017

A year in a postcard: Il bosco degli inizi


Lo so, a sto giro non posso più lamentarmi.
Mi sono imbarcata in un nuovo progetto su Instagram (e non solo) che mi darà parecchio da fare, ma che nel frattempo mi sta già regalando un sacco di soddisfazioni. Si chiama Ayearinapostcard, è nato da un'idea di Shemissedthetrain e pianta le sue radici in altri percorsi simili, dedicati allo scambio di esperienze, di pensieri e di momenti per mezzo di una cartolina.

Abbiamo iniziato a spedire la settimana scorsa, siamo in otto e ognuna sta mettendo del suo in ogni invio. Ne abbiamo già scritto qui (il blog ufficiale del progetto) e stiamo diffondendo il nostro punto di vista sui canali personali. Questo è il mio primo post per Ilmareingiardino dedicato all'avventura, ogni tanto farò un piccolo update e vi(mi) aggiornerò su come andranno le cose, nel frattempo trovate tutto sul profilo Instagram condiviso e sulla pagina a sedici mani che vi ho già segnalato poche righe fa.

Come saranno le mie cartoline?
Saranno boschi, questa è l'unica certezza che (per ora) ho.

La prima è nata spontaneamente, "Il Bosco degli inizi": eccola qui, qui e qui. Ho scelto gli acquerelli e, ogni volta, vorrei cambiare tecnica.
Pastelli a cera, pennarelli, collage, matite colorate, bianco e nero e chissà quali e quante altre idee mi verranno. Sarà una scusa per mettermi alla prova, per stimolare un poco la mia creatività, per tentare nuove strade rimanendo fedele a me stessa.

Come ho già scritto altrove gli aspetti che sino a oggi mi hanno colpita di più sono legati al mondo delle spedizioni:
trovare le cartoline bianche e i francobolli belli non è stato facile, ma questa ricerca mi ha regalato un commesso al banco del negozio di prodotti per artisti e un'impiegata all'ufficio filatelico che non cambierei con nessun altro al mondo, non vedo l'ora di dover di nuovo fare rifornimento!
Ora non ci resta che attendere che il primo turno di Ayearinapostcard si completi, per ricominciare a spedire e ad aspettare. Credo che questo progetto mi aiuterà moltissimo anche nella gestione delle attese, proverbialmente pessima per cose gravi e difficili, ottima per quanto riguarda pazienza e comprensione delle persone.

Infine una spiegazione sulla foto che ho scelto quassù: l'ho scattata un paio di giorni fa in Spianata Castelletto, all'inizio del tramonto. Riassume perfettamente le vacanze appena trascorse, così belle che meriterebbero un post a parte. Sono riuscita a lavorare, a camminare, a correre, a cucinare, a riposarmi; avrei voluto leggere e studiare un po' di più ma non si può avere tutto dalla vita! :-)
A proposito, è il momento di aprire i libri in questa domenica di quasi neve, con il frigo pieno di avanzi della mia festa di compleanno e la lavatrice che va.

P.S. Il bellissimo logo del progetto che vedete su Instagram è opera di Gioistantingrammi

venerdì 30 dicembre 2016

Cavalli, torte, ometti e betulle


7.46: treno per Ventimiglia, fermata Loano.
10.33: bus per Verzi, fermata Capolinea.
E da qui gambe, sentieri e tanto sole.

Viste le temperature, decisamente anormali per questo periodo dell'anno, siamo saliti in maniche corte e se avessimo potuto ci saremmo tolti anche quelle. La prima cosa che ci ha colpiti sono stati i filari di eucalipti, abbiamo affondato le dita nei rami potati a bordo strada ed è stato subito Vicks Vaporub. Poi sono arrivati i limoni, gialli nei frutti e nelle foglie e la strada è diventata bianca di roccia saponaria. I corbezzoli erano maturi (buon per me!), gli zaini pesavano ma non troppo e i bianconi volavano bassi. Unica nota stonata: i cacciatori incontrati sul sentiero, con il fucile tra le braccia, subito rivolto altrove.

Il percorso è durato più o meno tre ore, noi ci siamo fermati molto spesso, per fotografare praticamente tutto e mangiare seduti su una roccia piatta lungo il torrente. Appena arrivati al Rifugio sembrava di stare sul set di un film di Wes Anderson: betulle, laghetto, erba corta e persiane rosse. Ci siamo sistemati un poco e abbiamo chiesto informazioni per proseguire a camminare ancora un po'. Sotto consiglio di Valentina e Lorenzo, i meravigliosi gestori di Pian delle Bosse, abbiamo scelto il Sentiero degli Ometti, fino al presepe nella roccia, attraversando una pietraia bianca ricoperta di licheni giallo fluo talmente bella da togliere il fiato. Di fronte a noi un canyon di pietre geometriche sprofondato in coltri di nebbia dense, velocissime e trasformate in nuvole di latte dal sole delle tre.
Abbiamo continuato ancora un poco in salita, il tempo di una foto a un piccolo albero ritorto e cresciuto tra i sassi più alti (l'immagine di questo post) e siamo rientrati. Ad attenderci la torta di pesche e mele più buona che avessi mai mangiato.

Un salto in stanza, un po' di riposo e via con la cena, degna di un ristorante di prima categoria, con "l'aggravante" della stufa accesa e della gatta arancione alla ricerca di coccole. La notte è passata tranquillissima, nel buio e nel silenzio più totali e noi, memori dell'ultima volta in rifugio con il cellulare del demonio lasciato accesso in camerata, non potevamo essere più contenti.

Dopo una colazione con torta al cocco e alle nocciole, pane fatto in casa e cotto al calore della stufa, crema di latte, marmellate e caffè siamo partiti alla volta del Monte Carmo: un anello di circa 3 ore e mezza tra prati innevati, creste esposte in pieno sole, piccole faggete e branchi di cavalli selvatici (su questo punto devo applaudire a me stessa: ho vinto una grande paura e, seppur con la schiena un tantino rigida, ho attraversato il gruppetto equino senza morire d'infarto).

Il panorama dalla Vetta era uno spettacolo, Alpi e mare in un colpo solo, neve e caldo contemporaneamente.

Da qui siamo ridiscesi proseguendo lungo l'anello prestabilito, abbiamo camminato sul sentiero all'ombra e quindi ancora pieno di neve e abbiamo visto il più bel bosco di betulle che avessi mai incontrato prima di allora. Siamo arrivati al Rifugio giusto in tempo per pranzare alla grande (le tagliatelle al sugo di noci e nocciole le sognerò ancora a lungo) e ripartire verso casa: alla fine, complice anche l'assenza totale di mezzi di trasporto da Verzi a Loano, al termine della giornata abbiamo totalizzato 20 km di cammino, che sommati a quelli del giorno prima fanno i cingoli che mi ritrovo oggi al posto delle gambe :-)

Questa avventura di un paio di giorni, come al solito, sembra essere durata una settimana e io spero che il suo effetto duri a lungo. Prima di andare non stavo bene, i sintomi dell'influenza si facevano largo ed ero convinta che avrei dovuto rinunciare. Poi ho capito: non ero malata, avevo solo bisogno di camminare, di vedere alberi e annusare aria invernale, di saltare sulle rocce e dormire nel sacco a pelo, di sentire freddo e toccare la neve.





sabato 24 dicembre 2016

Natale arrabbiato


Musica.
Nei giorni scorsi ho pensato a lungo ai Natali di quando ero bambina. Di alcuni ho ancora le foto, di altri no. Ci sono quelle del gatto siamese seduto sotto l'albero, con la sua solita aria da "mi avete tutti rotto i coglioni", quelle con i pattini Fisher Price appena scartati e già indossati, quelle accanto alla Ferrari di Barbie e quelle con le mani affondate nel muschio del Presepe.
Non ho foto con i miei, non solo a Natale, proprio in generale.
Famosissimo, infatti, diventò l'aneddoto sulla mia presunta adozione: a scuola tutti portarono una foto del pancione, probabilmente in occasione di qualche festa della mamma, io non ne trovai nemmeno una e giunsi alla conclusione più pragmatica e ovvia. Ero stata adottata. Alla sera lo chiesi a casa, dove risero e mi dissero che no, non ero stata adottata, semplicemente ai miei non piaceva farsi fotografare. Punto.

Probabilmente per la medesima ragione esistono, in generale, poche mie fotografie negli scatoloni in fondo all'armadio e, se non sbaglio, delle feste di Natale alla Marconi non ne ho nemmeno una. La Marconi è il posto dove mio padre ha lavorato quando ero bambina, insieme a mio zio. Ogni anno veniva organizzata una serata natalizia per i figli degli operai e dei dipendenti, io e mia cugina partecipavamo sempre. Non ricordo con quale modalità si portassero a casa i regali, però ricordo benissimo che ero molto agitata in quel contesto e che quando rientrai con l'orso di peluche più grosso del mondo toccai vette di felicità mai più raggiunte. Di solito, i pupazzi che da bambini ci apparivano enormi una volta cresciuti sembrano improvvisamente di dimensioni normali, a volte persino modeste: ecco, quello no, quello è ancora l'orso più grande del mondo. Non l'ho mai gettato via, nonostante la polvere, nonostante sia stato la cuccia dei mille gatti passati nella nostra casa, nonostante ora sia una bomba di acari e pulci.

Io lo amo e sempre lo amerò.


Anche adesso, mentre scrivo, lui sta lì ai piedi del letto, con gli occhi languidi e il pelo marcio. Sì perché sono a casa di mamma, seduta in camera mia, con l'idea di terminare questo post iniziato ieri mattina e di sistemare un po' di lavoro per scaricare il più possibile la prossima settimana, data la mega gita in vista. Per ora non ne parlo, preferisco raccontarvela, come al solito, una volta vissuta: sentieri, rifugi, notti nel bosco e panorami meritano sempre un spazio tutto per loro.

Sono arrivata quasi alla fine di questo post e non so più dove sia finita la rabbia del titolo. Cioè, lo so, ma non ho voglia di tirarla fuori, perché è fatta di sentimenti mai provati fino a ora, come l'invidia o il desiderio di vendetta, indirizzati anche verso persone a cui voglio bene e a cui vorrei continuare a voler bene sempre, anche quando non riesco a percorrere la mia strada con la tranquillità che, lo dico forte e chiaro, MERITEREI.
Alla fine, però, è Natale, ho trascorso la mattina in un negozio che adoro, sono stata un'ora al vivaio, ho mangiato la mostarda e tra poco posso scivolare sotto le coperte con un libro. Ho il cuore leggero, aggrappato alle soddisfazioni e alle possibilità che spero diventino qualcosa di più, cosicché il grande salto che mi attende a inizio anno non si riveli, per la seconda volta nella mia vita, un enorme fallimento. La fiducia, quella grossa e vera, andrò a cercarla tra gli alberi.

P.S. Il libro in foto è "Eccomi" di Jonathan Safran Foer e qui potete trovare la mia recensione per A Casa di Cindy.




giovedì 15 dicembre 2016

Ad alta voce

Il titolo del post mi è capitato in bocca l'altra sera.
Sì, in bocca perché me lo sono ritrovato arrotolato attorno alla lingua e l'ho pronunciato, seduta sul letto, ad alta voce.
Ascolto questa e mi preparo a tre ore di laboratori nel pomeriggio (non che vorrei avere una pistola eh, giusto per tranquillizzare genitori e insegnanti); le tre ore di oggi, sommate alle tre ore dei giorni scorsi e alle sette di domenica prossima fanno tredici ore di bambini, colla a caldo, video, cavi, mani alzate, chiavette usb, domande, mattoncini, cartone, mandarini, forbici, pennarelli, plastilina, scotch e ansia. Tantissima ansia. Perché senza ansia non vado da nessuna parte, a quanto pare.

Ho scritto il Leggermente di Dicembre su un libro molto discusso quest'anno, Eccomi di Safran Foer, credo che chiuderò questo post con una citazione degna di nota, quello che penso del romanzo, invece, lo leggerete presto su A casa di Cindy.
Ho iniziato Le Otto Montagne di Paolo Cognetti e, per ora (ho fatto fuori solo il primo capitolo) mi parla al cuore. Ciò, solitamente, è un bene.

Sono giorni pienissimi di impegni, arriverò a Natale stremata. A parte i laboratori ci sono le valanghe di libri da studiare per l'esame di Gennaio, l'incontro con la commercialista per l'apertura di questa benedetta partita IVA, le lezioni di francese che ho dovuto interrompere per due settimane e che spero di riprendere la prossima, la fiera dell'elettronica tra un paio di giorni, alla quale porterò il mio libro.
E questa cosa merita un capitolo a parte.

Chi mi conosce da tanto tempo sa che a casa mia "il Marc" era la fiera dove papà andava a ravattare per poi tornare sempre con un acquisto assurdo per sé e qualcosa di ancora più assurdo per me. In ordine sparso mi furono regalati: l'indimenticabile sveglia che proiettava l'ora sul soffitto, un fantasma a batterie che emetteva un verso orribile (non ricordo se ciò succedesse continuamente o solo dopo determinati stimoli), una pallina di plastica con una luce al suo interno, un divanetto porta cellulare a forma di gatto (???), un walkman, il mio primo stereo. Mi sembra incredibile, adesso, andarci io, mi sembra ancora più incredibile non poterglielo dire. Sicuramente voglio cercare un oggetto ingiustificabile da comprare in suo onore. Dentro di me si fa strada un sogno talmente assurdo da vergognarmene: vorrei essere lì seduta e vorrei vederlo arrivare tra la gente, con la giacca di renna e i pantaloni con le tasche, con la barba lunga e gli occhi verdi, con il sorriso sornione e la sua voce, il suo timbro indimenticabile che non ho saputo ricordare per anni e che ora è qui nelle mie orecchie come se l'avessi ascoltato ieri per l'ultima volta.

Chiudo, come scrivevo prima, con un passaggio tratto da Eccomi (di Jonathan Safran Foer) che mi ha colpito moltissimo (riportare tutte le frasi che ho sottolineato nel libro significherebbe scrivere un post a parte):

"...le enantiosemie: parole che sono il contrario di se stesse. Un film pauroso è un film che fa paura, mentre un uomo pauroso è un uomo che ha paura. Si spolvera una torta con lo zucchero, ma quando si spolvera un mobile la polvere viene tolta. Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare una corda vol dire portarla a sé..."