lunedì 29 agosto 2016

Pane secco e mutande


Siamo alla fine di Agosto e raramente come quest'anno l'estate è passata veloce per me.
Mi dispiace essere già a Settembre, mi dispiace non aver fatto molte cose che avrei voluto fare, ma sono contenta di aver vissuto appieno ogni (meravigliosa) gita, ogni (lunga) nuotata, ogni (difficile) lettura, ogni (rara) ora di lavoro, ogni cena cucinata con cura.

Sono stata, più del solito, attenta ai dettagli.
Ho fatto molta attenzione agli acquisti per esempio: ho comprato da Flamingo Bergamo e da Celestina Vintage con l'intento di continuare imperterrita lungo la strada dello shopping consapevole, fatto di cose strettamente necessarie (o quasi), tessuti buoni e giusti, marchi dichiaratamente sensibili alle questioni etiche e ambientali che più mi stanno a cuore. Per "dichiaratamente sensibili" intendo che sui loro siti sia ben visibile e possibilmente verificabile la politica fair trade con cui producono, esportano, commissionano i capi e non il semplice e generico blablabla dietro cui spesso si nascondono i customer care di brand tanto importanti (e onnipresenti) quanto famosi. E non parlo di fast fashion.

Dicevo, sono stata attenta ai dettagli. L'ho fatto anche camminando sui sentieri, l'ho fatto guardando sott'acqua nei pomeriggi infiniti di mare, l'ho fatto scrutando orizzonti di montagna, fiori e insetti in giardino, l'ho fatto in posti dove ero già stata mille volte scoprendo punti di vista nuovi, l'ho fatto infornando e mescolando, disegnando e scrivendo, valutando proposte e facendo valere quello che penso.

Pure l'altro pomeriggio ho messo attenzione nei dettagli e in un nano secondo sono stata catapultata in dietro nel tempo, su per giù a trenta anni fa. Mentre ciabattavamo verso la spiaggia abbiamo notato una porta di legno aperta, una di quelle cabine sul mare usate dai pescatori per ricoverare canne da pesca, reti, costumi, secchi, remi e mille altre cose che profumano maledettamente di infanzia. Appesi alle tavole bianche c'erano un paio di mutande stese ad asciugare e un grosso sacco di pane secco per i pesci. Non ho potuto (ci ho provato eh, ma niente!) fare a meno di pensare a quando, da bambina, scendevo le scalette sotto al Capolinea dell'Uno, a Voltri, per raggiungere la casetta di papà. I miei ricordi sono molto sfumati, fatti per lo più di odori e sensazioni: la sabbia in mezzo alle dita dei piedi, il rumore degli zoccoli di legno sui ciottoli, la puzza dei lavatoi umidi e bui, i tentacoli freddi dei polpi posati (vivi) sulla mia testa, il secchiello dei Puffi, la luce che filtrava tra le travi bianche della cabina, la borsa di paglia di mamma, le formine rosse, le polpette di sabbia, i vetri colorati e arrotondati dal mare, l'ombrellone a righe, il costume a quadretti, le barche rovesciate, le assi nella sabbia per far risalire i gozzi dal mare, l'insalata di riso, i bicchieri di plastica dura, il cocomero a bagno... potrei continuare all'infinito ma concluderò con un ultimo ricordo, che mi si è materializzato davanti ieri mentre leggevo sdraiata su uno scoglio: il granchio ficcanaso :-)

Io, per adesso, a questa estate non rinuncio.

P.S. La foto quassù l'ho scattata a Luglio, qualche ora prima di ascoltare un concerto.

giovedì 18 agosto 2016

You cannot tame something so happily wild...


[Avviso: post lunghissimo, con i tempi verbali un tantino fantasiosi. Vogliatemi bene comunque]

Ho ricevuto in regalo questo libro qualche giorno fa, poche ora prima di partire per una gita meravigliosa. Me lo hanno regalato due amici che mi conoscono piuttosto bene e che, soprattutto, conoscono bene il mio lato selvaggio, decisamente dominante sugli altri aspetti del mio carattere. Negli anni forse sto migliorando, ammesso che addomesticamento sia sinonimo di miglioramento: la storia del libro (mi) confermerebbe tutto il contrario. Il titolo del post è l'ultima frase di "Wild".

Ad ogni modo, dicevo, ho ricevuto questo regalo pochi giorni prima di partire per una camminata, organizzata all'improvviso nel prato delle Piscine di Casella, guardando il meteo, studiando la cartina e facendo una telefonata.
Siamo partiti la mattina di Ferragosto da Genova, in motorino abbiamo raggiunto Torriglia (fare tutto il percorso con il bus, in orario festivo, sarebbe stata un'impresa impraticabile anche per me che difendo sempre con i denti il trasporto pubblico) e, dopo una sosta obbligata per chiedere informazioni, prendere un caffè e farci preparare il panino al salame dall'alimentari del paese abbiamo proseguito fino a Bavastrelli. Lì ci siamo liberati del motorino e siamo partiti a piedi.

Inizia così il nostro viaggio a tappe, tante, visto l'orario criminale in cui abbiamo cominciato a camminare. Suddividerò questo post in quindici punti, proprio rispettando le soste che abbiamo fatto e raccontando, una pausa dopo l'altra, cosa abbiamo visto, cosa mi ha colpita di più, cosa vi consiglio di fare nel caso voleste avventurarvi nella stessa impresa seguendo le nostre orme. Parto subito con le indicazioni, premettendo che per raggiungere il Rifugio dell'Antola ci sono diverse possibilità. Potete partire dalla Casa del Romano passeggiando praticamente sempre in piano e con poca fatica, da località Donetta facendovi il mazzo (almeno così mi hanno detto i signori del paese incontrati al bar) o da Bavastrelli come abbiamo scelto noi, consapevoli che avremmo incontrato solo salite per almeno due ore (ce la siamo presa moooolto più comoda).

[Tutti i link che ho segnalato vi fanno raggiungere la vetta del Monte Antola, il Rifugio da lì dista dieci minuti].

Ecco le tappe:

1. Prima sosta alla fonte per mangiare il panino al salame. Non siamo nemmeno partiti che già ci sediamo per pranzare, a nostra discolpa possiamo dire che mentre salivamo abbiamo incrociato decine di famiglie in assetto da grigliata in giardino: una fra tutte quella che cuoceva cento chili di asado su una rete del letto. Che meraviglia.

2. Seconda sosta alla fonte per ricaricare le pile e la borraccia. Siamo in pieno bosco e non soffriamo il caldo... per adesso.

3. Terza sosta sotto al faggio più bello del mondo, seduti al tavolo, tra disegni botanici e consapevolezza di essere a metà strada, col sole a picco, di fronte alla pietraia.
[n.b. Nel parcheggio di Bavastrelli abbiamo incrociato alcune signore del luogo che chiacchieravano tra loro trasportando lasagne e bottiglie di vino: "Per andare sull'Antola occorre partire la mattina presto, se si va ora si muore di sete sulla pietraia"]

4. Quarta sosta sul sentiero grazie all'ennesimo tavolo all'ombra. Da qui in poi abbiamo deciso di non fermarci più e di goderci il bosco fino al rifugio.

5. Arrivo al rifugio, dove abbiamo trovato torta di mele e birra ad accoglierci, un panorama mozzafiato, le ciabatte all'ingresso e un'accoglienza discreta e gentile.

6. Posato uno zaino su due siamo saliti in vetta, dove non ci sono parole da dire, solo silenzio e gratitudine. Perché quello è un posto in cui guardando sinistra si vedono le montagne, di fronte si vede il Lago del Brugneto, a destra si vedono il mio mare e il mio paese d'origine, dietro si vede la pianura. E poi i fiori di montagna, i sassi, gli insetti, i gruppi di daini veloci, gli escursionisti con le gambe storte, il sole e la gioia vera.

7. Dopo un po' di riposo, una doccia veloce per non sprecare l'acqua, una sosta con i binocoli di una compagna di rifugio per osservare un daino gigante mangiare su una sella lontana, abbiamo cenato e chiacchierato, guardato video di volpi incontrate al tramonto, parlato di viaggi e cibi insoliti, raccontato di sentieri, nebbia, topi e solitudine.

8. Prima di coricarci abbiamo guardato il cielo, illuminato da una grande luna. Nonostante la luce ci siamo portati a casa una bellissima stella cadente.

9. La notte in condivisione, come temevo, non è andata granché bene. Essere svegliati dieci volte da un cellulare lasciato inspiegabilmente accesso non è tollerabile mai, figuriamoci in un rifugio di montagna.

10. Per fortuna le sei sono arrivate presto e con ancora il pigiama addosso e gli occhi semi chiusi siamo corsi in vetta per guardare l'alba. Non eravamo soli, con noi un ragazzo giunto in rifugio la sera prima, un gruppo di mucche, una volpe e una lepre lontane (almeno così sostiene Andrea!).

11. La colazione ci attendeva al rientro dalla fuga notturna e insieme a noi, nel prato, mangiavano un piccolo daino e la sua mamma.

12. Dopo aver dormicchiato qua e là, un po' sulle travi di legno all'aperto, un po' avvolta nel sacco a pelo, siamo ripartiti. Questa volta le soste sono state poche, abbiamo incontrato qualche daino nella foresta e raggiunto Bavastrelli velocemente. Da lì siamo ripartiti con il motorino e poi a piedi in direzione Lago del Brugneto. Sulla via ho anche trovato il tempo di lasciare una foglia gentile, vicino a una fonte, la prima "abbandonata" fuori città.

13. La strada nel bosco, una mezz'ora di cammino, ci ha portati sulle sponde di questo grande lago artificiale. La stagione estiva rende il paesaggio lunare: spiaggette di limo secco e rifiuti di epoche passate, alberi ricoperti da vecchio fango indurito, rovi e radici ovunque sono ciò che l'abbassamento del livello dell'acqua ha lasciato dietro di sé. Ci siamo un po' impressionati per questa desolazione, avvertendo chiaramente la differenza tra un luogo artificiale e uno naturale. Siamo rientrati passando dal bosco e incontrando qualche capriolo arancione.

14. L'idea era quella raggiungere la diga in motorino per mangiare lì il nostro ennesimo panino al salame, ma avevamo decisamente calcolato male le distanze: troppa strada, troppe curve, troppa benzina ci separavano dalla meta e così, affamati e finalmente un po' stanchi chi siamo fermati a Santa Maria al Porto, per pranzare davanti alla chiesa. Ci ha fatto compagnia una bambina, intenta a giocare da sola sul sagrato, così concentrata da rifiutare persino il gelato offerto dalla nonna con un urlo sull'uscio di casa.

15. Il nostro viaggio è terminato così, con un caffè sulla via del ritorno, un sonno incredibile che mi ha fatto addormentare in motorino (!) e tanti ricordi da fissare per bene nella memoria.

Come scrivevo poco tempo fa proprio qui sul blog ci sono momenti in cui sembra che il tempo, in realtà, non abbia tempo. Giorni di dodici ore come tutti gli altri che paiono durare molto di più, week end lunghi quanto una settimana, decine di emozioni diverse (stupore, paura, gioia, malinconia...) che dilatano tutto e confondono i piani.
Questa gita è stata proprio così, dilatata, confusa, improvvisata e perfetta, perché "Non puoi domare qualcosa di così felicemente selvaggio".








martedì 9 agosto 2016

Il Pilates mi ha cambiato la vita


Sembra un post acchiappa visualizzazioni, mi rendo conto, una di quelle frasi gigione che usano tanto su youtube per fare il pieno di click e poi, nel video, non c'è traccia di ciò che preannunciava il titolo.
Però a me, il Pilates, la vita l'ha cambiata veramente e oggi vi spiego come e perché.

Mi sono avvicinata al Metodo Pilates ormai dodici anni fa, davvero tantissimi. Avevo appena avuto la trombosi, l'angiologo mi aveva consigliato di continuare a fare sport ma anche di abbandonare le attività troppo pesanti, in cui le gambe erano coinvolte con saltelli e sforzi eccessivi, in cui le piante dei piedi e i polpacci venivano sollecitati in maniera inadeguata.
Abolita la corsa, consigliato il nuoto, mi sono dedicata a quest'ultimo con immensa insoddisfazione. Sveglia alle 6.30 per essere in acqua prima delle otto, un'ora di vasche col magone, freddo polare negli spogliatoi, capelli impettinabili dopo una settimana di piscina, calze elastiche impossibili da infilare con la pelle ancora umida, tonnellate di borotalco, funghi e verruche alle porte, treni, autobus, lezioni all'università con l'accappatoio marcio nello zaino.

Nuoto abolito, come la corsa.


Tra i consigli del medico continuava ad ondeggiare sospeso questo esotico Pilates, l'avevo già sentito perché lo faceva Madonna, ma non avevo mai realmente capito di cosa si trattasse. Fino a che, a un passo da casa, ho scoperto che una piccola palestra teneva corsi collettivi a prezzi modici (all'epoca lo si trovava quasi esclusivamente a lezioni individuali, con un costo improponibile per me) e che questi corsi collettivi non solo mi facevano bene ma erano pure divertenti. Ho alternato per anni il Pilates allo Yoga, poi, per cause di forza maggiore, ho continuato solo con il Pilates e non ho più smesso. Quando sono andata a vivere da sola e mi sono trasferita lontana dalla palestra (e dalla mia amatissima insegnante, Deborah) ho subito cercato un altro centro dove poter praticare il mio sport del cuore e, udite udite, l'ho trovato sotto casa. Anche in questo caso sono stata molto fortunata e Luciano, il maestro che ho adesso, mi piace un sacco. Per quanto possa sembrare strano, infatti, il Pilates è tutt'altro che un'attività priva di controindicazioni: se effettuata male, senza fare attenzione alla postura, alla protezione adeguata della schiena, alla respirazione e all'allungamento corretto si rischia di farsi parecchio male. Un buon insegnante, dunque, è indispensabile.

All'opposto, se fatto bene, il Pilates vi cambia la vita.

Ho imparato a sdraiarmi e a rialzarmi senza coinvolgere i muscoli lombari ma aiutandomi con gli addominali, ho imparato a chinarmi "arrotolando e srotolando" la colonna come fanno i gatti, ho imparato ad auto curarmi i dolori alla schiena con piccoli ma super efficaci esercizi di stretching, sono diventata molto più aggraziata nei movimenti e mantengo sempre un buon allineamento collo-coccige senza nemmeno rendermene conto, che io sia in piedi o seduta al computer. Il bello di questo sport sono proprio l'inconsapevolezza e la gradualità con cui si raggiungono gli obiettivi: basta continuare a praticare un poco e gli atteggiamenti acquisiti vengono automaticamente mantenuti, come se il nostro corpo fosse ormai programmato in un certo modo.

Da qualche mese ho preso l'abitudine di fare Pilates tutti i giorni (come dimostra la foto quassù), almeno dieci minuti al massimo mezz'ora, dipende dal tempo e dalla voglia disponibili. Così sono certa di allenarmi con poco sforzo e di ricominciare a Settembre senza farmi sorprendere stanca e fuori forma: un buon metodo, credo, per scongiurare le mie tanto temute contratture muscolari.

Quando ho iniziato a scrivere questo post pensavo di raccontare anche delle novità incontrate ultimamente, prima fra tutte la Rivista Flow (ora come ora sono circondata dai due numeri, in francese e inglese, che ho appena ricevuto e che mi stanno riempiendo gli occhi di ispirazione, bellezza e piccole cose), ma alla fine il Pilates si è preso tutto lo spazio che voleva e che merita, perciò va bene così.
Delle new entry summer 2016 (niente, è giornata di titoli gigioni evidentemente) ci sarà tempo di parlarne la prossima volta, ma prima di chiudere voglio ricordare qui una sorta di mistica visione che ebbi il primo anno in cui cominciai il Pilates e lo Yoga insieme: durante il rilassamento, ad occhi chiusi, mi immaginai alla fermata di un autobus, in Canada, avvolta in una mantella impermeabile rossa con un paio di galosce gialle ai piedi. Attorno a me solo una lunga strada bagnata e un bosco con alberi altissimi, verdi e marroni, scossi dal vento. Quando riaprii gli occhi stavo piangendo, non di angoscia però, e ancora oggi, se vado in crisi, quell'immagine è la prima a cui mi aggrappo per sentirmi subito meglio.

Io ve l'ho detto che il Pilates vi cambia la vita.




domenica 31 luglio 2016

La fabbrica dei sogni

Avete presente quando trascorrete una giornata facendo tante cose diverse, così tante e così diverse che alla sera vi sembra di essere svegli da tre giorni? Avete presente quei momenti notturni in cui non riuscite a rendervi conto se state sognando oppure no? Avete presente quelle condizioni così perfette e fuori dal tempo che potrebbero arrivare dritte dritte da un mondo onirico ovattato e lontano?

Ecco, tutte quelle situazioni io le chiamo le fabbriche dei sogni e adoro quando capitano, specie se all'improvviso, specie se in giornate speciali.

Poco fa, per esempio, mi è successo questo: ero semi sdraiata sui sedili verde bosco del Trenino di Casella e provavo a dormire, vista l'oretta di viaggio che mi attende. Fuori dal finestrino scorreva un paesaggio fatto di alberi e luce, polvere e sole e io non sono riuscita a prendere sonno, coinvolta com'ero dal momento magico e sospeso.

Mi è venuta voglia di scrivere, mi ha sorpreso l'ispirazione.


Quell'ispirazione che dopo ogni post sono convinta che non tornerà mai più e invece, inesorabile, si ripresenta all'improvviso. La settimana scorsa la scintilla l'ha accesa inconsapevolmente la bimba in piscina, oggi sempre di piscina si tratta, ma stavolta siamo sulla via del ritorno.

In verità, la prima avvisaglia che oggi sarebbe stata una giornata visionaria l'ho avuta stamattina presto, quando ho impiegato un bel po' di tempo a rendermi conto che il sogno dei vicini di casa che riuscivano ad aprire il portone rotto da giorni era, appunto, soltanto un sogno. Ieri sera lo abbiamo riparato con un po' d'olio d'oliva, ma i cori di gioia di questa notte non ci sono stati davvero, non mi sono mai affacciata alla finestra, non ho visto nessuno abbracciarsi e saltellare allegro nel vicolo buio (anche perché, diciamocelo, per una serratura funzionante mi sarebbe sembrato un tantino eccessivo).

Ieri sera, dunque, abbiamo fabbricato un sogno, semplicemente facendo (tornare a) girare la chiave nella toppa; chissà se anche il finestrino semiaperto di poco fa, il dondolio e il rumore del treno, il giornale stropicciato su cui scrivo questo post (riempiendo ogni buco libero della pagina dedicata alle ultime tendenze moda), fabbricheranno di nuovo qualcosa.

P.S. Nella foto quassù una diretta delle mie comunicazioni aliene (cit.)


giovedì 21 luglio 2016

La piscina

Oggi in piscina c'è una bambina speciale. Speciale per me, speciale ai miei occhi.

Nuota da sola, ogni tanto si ferma, ogni tanto parla con qualche altro bambino.
Non indossa né salvagente né braccioli, non so quanti anni abbia, forse otto, forse nove.
Va a dorso, da ore, non è molto brava, tiene i piedi troppo sotto, (così) non schizza nessuno. Attorno a lei tutti urlano, corrono a bordo piscina, si tuffano, dimenticano la cuffia o la perdono in acqua, lasciandola scendere sul fondo come se fosse una medusa.
Lei la cuffia la sistema spesso, si tira su facendo forza sulle braccia magre, si siede sullo scalino, aggiusta la coda di cavallo e la nasconde bene sotto la stoffa blu. Ha un herpes ormai secco sul labbro, lo sguardo concentrato e tranquillo: pensa a qualcosa, chissà a che cosa. Le altre bambine portano costumi a fiori, indossano il bikini come le mamme, hanno la cuffia rosa. Lei no, lei è lì con gli slip bianchi e la cuffia scura, nuota cambiando traiettoria ogni secondo, si ritrova con la testa contro il bordo senza capire come ci sia finita, si guarda attorno e ricomincia a nuotare.

Sembra una persona abituata, sembra abbia accettato di dover aggiustare il tiro continuamente. Vorrei parlarle, e chiederle di spiegarmi come fa. Poi però, quando esce dall'acqua e va a giocare con gli altri bambini, come se non fosse successo nulla, come se non avesse avuto alcun pensiero difficile, mi rendo conto che non ho nulla da imparare. So già tutto, anche io ero così da bambina, solo che crescendo ho perso il ritmo, ho pensato che le cose sarebbero cambiate, insieme a me.

Non vorrei più chiedere nulla a quella bambina, ma mi piacerebbe dirle grazie, per aver aperto una finestra su quella che ero, per avermi costretta a sentire cosa sono ora. Come domenica a pranzo, davanti a un piatto di spaghetti con le vongole, vicino a un benzinaio sotto il sole, con Nino Buonocore e Lucio Battisti che rendevano tutto spaventosamente familiare, italiano, perfetto. In quell'istante non ho avuto dubbi su ciò che amo, sul futuro che voglio, sulle cose davvero importanti, sul cammino che mi piacerebbe percorrere, sulla fortuna che sono certa di avere, sulle possibilità che davvero, davvero, davvero vorrei vivere fino in fondo.

Sbattendo spesso sul bordo, magari perdendo la direzione, ma ricominciando sempre a nuotare e uscendo ogni tanto a giocare.

mercoledì 13 luglio 2016

Bluebirds on our shoulders

Treno, interno giorno (tardo pomeriggio, in verità).
Sto tornando da Pistoia con il mio amico Edu, siamo andati insieme al concerto dei The National (per chi non li conoscesse sono loro, scegliere una canzone tra le mille che amo è impossibile, quindi beccatevele tutte).
Questa settimana, ormai arrivata a metà, terminerà con un altro concerto, ma per ora ho bisogno di lasciar sedimentare quello di ieri sera.
Com'è andata? L'ho scritto stanotte su Instagram, con ancora le canzoni in testa e in bocca, con le gambe gonfie, la schiena a pezzi e la voce roca (sei ore in piedi, di cui metà a 35 gradi, non ho più il fisico per reggerle!).

C'è chi ha bevuto 18 litri di birra, chi ha saltato ininterrottamente sui piedi degli altri, chi ha litigato con la sicurezza, chi ha risposto a telefonate di lavoro (?!), chi ha fotografato tutto il fotografabile, chi ha seguito il concerto dallo schermo del telefono (?!), chi ha urlato a sproposito, chi ha limonato duro, chi ha battuto le mani fuori tempo, chi ha vomitato in un sacchetto, chi ha spinto, chi ha cantato...e poi ci sono io che, come da tradizione, ho pianto.

Volevo vedere i The National dal vivo da un sacco di tempo, avevo grandi aspettative e non sono rimasta per niente delusa, anzi, persino la maglietta con la mezza luna sulla montagna se n'è venuta a casa con me senza protestare!
Oggi, reduci e felici, abbiamo fatto un giretto a Pistoia e poi Edu ha avuto un'idea, di quelle idee inaspettate che ribaltano un pomeriggio e ti fanno vivere due giornate in una: prima di pranzo abbiamo preso un treno e siamo andati a Lucca. Io non c'ero mai stata (mi fa sempre molto ridere che a visitare le città italiane mi ci porti un amico venezuelano) e mi sono letteralmente innamorata di questo giardino color crema stretto dall'abbraccio delle mura.

Ho fatto subito amicizia con un tiglio, ho fotografato chiese, piazze e canali, ho mangiato pasta ripiena di carne al sugo di carne, ho camminato lungo i viali alberati e sono salita sulla Torre Guinigi. Cosa ha, questo posto, di tanto speciale? Per esempio un gruppo di lecci che vivono sulla sua cima, oltre a un panorama mozzafiato, un vento meraviglioso e un tappeto di licheni di tutti i colori. Per crederci basta guardare la foto quassù.

Ora, di ritorno da un week end infrasettimanale (meritatissimo, visto quello ufficiale trascorso a scrivere e a correggere bozze), penso che non doveva andare così eppure è andata benissimo lo stesso. Perché, si sa, le deviazioni inaspettate sono sempre le migliori, perché le notti sola in stanza, in un posto sconosciuto, tra ventilatori super rumorosi e zanzare elicottero servono per pensare e andare oltre, perché il primo caffè del mattino è buono ovunque e comunque, perché per quanto tu possa piangere a un concerto ci sarà sempre una ragazza inglese accanto a te che piangerà più forte di te.

P.S. Ah, è finito così.

sabato 2 luglio 2016

Di foglie e di gentilezza


"Praticate gentilezza a casaccio. E atti di bellezza privi di senso"
Ho letto questo slogan su Facebook almeno tremila volte e, come capita spesso con le cose inflazionate, mi ha stufata.
Probabilmente non sono nemmeno troppo d'accordo con quello che dice, visto che credo profondamente nella gentilezza non casuale e nella bellezza, secondo me, mai priva di senso.

Ho iniziato il progetto delle foglie gentili ormai da sei mesi e oggi vorrei raccontare un pochino come è andata fino ad ora. Per chi non lo sapesse l'idea di "abbandonare" piccoli doni handmade in giro per le città (ma anche in campagna, al mare, ovunque!) è di Tulimami, meravigliosa artigiana italiana che dovete assolutamente conoscere. Ho cominciato un po' per gioco, un po' per provare i timbri che costruivo con pazienza nelle sere d'inverno, un po' per convinzione: sono infatti fermamente convinta che questo mondo abbia bisogno di azioni gentili. Magari piccole, sussurrate, alla portata di tutti, eppure comunque così rare.

Mi sono chiesta spesso come reagirei io se trovassi una delle mie bustine di carta morbida, con un albero stampato sul retro e una foglia impressa all'interno, accompagnata da un invito alla cura e alla custodia di questo gesto di vicinanza spontanea. Mi sono sempre risposta che sarei felicissima di imbattermi in un dono inaspettato, che lo racconterei a tutti, che lo conserverei con affetto e attenzione, come se fosse un gioiello prezioso.

Su queste premesse non ho più smesso di timbrare, scrivere, lasciare e fotografare le mie #fogliegentili, aggiungendole anche all'album Pinterest creato con le altre persone che fanno parte del progetto e riflettendo bene sul luogo giusto dove "abbandonare" la bustina. Metto sempre il verbo abbandonare tra virgolette perché è una parola che odio (e che mi terrorizza a morte): non credo affatto che le gocce gentili siano abbandonate, quando individuo il punto giusto, in accordo con i miei sentimenti del momento e con il mio cuore, semplicemente appoggio la busta, la fotografo e mi allontano svelta.

Le poche volte che ho fatto questo gesto in compagnia di Secs mi ha divertita moltissimo il suo istinto di rimanere a guardare, di nascosto, chi avrebbe trovato la foglia gentile: beh, gliel'ho sempre impedito, trascinandolo via mentre brontolava! Il bello è proprio non sapere a chi capiterà il gesto di gentilezza, potrebbe succedere a chiunque, a una persona che ne ha particolarmente bisogno, a un bambino, a una coppia di innamorati, a una signora carica di buste della spesa, a uno spacciatore, a un vigile urbano, a un vecchietto che guarda i lavori la domenica, a una suora, a un cagnolino, a un architetto, a un netturbino. L'ultima volta, probabilmente, è capitato a un bagnino (come testimonia la foto scelta per il post, sono finalmente riuscita a lasciare una bustina nella mia adorata piscina!).