domenica 25 settembre 2016

Quella sensazione lì

C'è un'immagine a cui penso spessissimo.
Sta nascosta nella mia testa da un numero imprecisato di anni. La ricordo così bene perché l'ho rivissuta decine di volte e, come me, credo tutti quanti almeno in un'occasione.

Dall'inizio delle elementari alla fine delle medie ho portato l'apparecchio ai denti. Sempre mobile, per fortuna, niente ganci fissi che facevano sanguinare le gengive, niente baffo (ve lo ricordate?) che ti incollava gli occhi altrui addosso, senza possibilità di scampo. L'unica pecca dell'apparecchio mobile? Ogni venerdì pomeriggio toccava andarlo a regolare. Che fosse caldo, che facesse freddo, che piovesse, nevicasse, avessimo tanti compiti da fare, o la partita di pallavolo nel week end, bisognava andare dal dentista.
Un incubo lungo ore, perché a far regolare l'apparecchio eravamo centomila, tutti il venerdì pomeriggio, dalle quattro in poi. Questo si traduceva in una fila interminabile, che riempiva sale d'attesa, corridoi, scale e androni del palazzo e finiva, semplicemente, quando tutti gli apparecchi, di tutti i bambini, erano stati regolati (solitamente non prima delle sette di sera). Vi risparmio i momenti splatter di piccoli denti ciondolanti scoperti pubblicamente dal dottore ed estratti seduta stante, anzi, in piedi stante, con l'unico ausilio di una bomboletta spray ghiacciata, una pinza, un'assistente gentile e l'eterna silente comprensione del serpente di coetanei terrorizzati alle proprie spalle.

Dopo l'appuntamento dal dentista si tornava a casa e, spesso, era già buio. Seduta in macchina sul sedile posteriore, insieme all'amichetta apparecchiata pure lei, guardavo fuori dal finestrino. Sempre la stessa strada, sempre il medesimo sapore metallico e medicinale in bocca, sempre l'agitazione post controllo dondolii. C'era una scena, però, che mi riempiva gli occhi di meraviglia e mi faceva subito sentire bene, lasciandomi sognare e pensare al Natale, vicino o lontano che fosse, spingendomi a fantasticare su come sarebbe stata la mia vita adulta in una grande città (!).
Assurdo, a nove anni mi immaginavo affermata e in carriera, piena di impegni e di corse veloci sotto la pioggia, sempre intenta a comprare regali per la famiglia, con un mazzo di fiori sotto il braccio e un ombrello colorato sopra la testa. L'immagine capace di scatenare tutto questo folle pensiero futuro era pressapoco così. Che non si trattasse di NewYork ma fossimo semplicemente fermi in coda a Voltri poco importa, che di taxi gialli in doppia fila non se ne vedesse nemmeno uno è un dettaglio, che gli addobbi natalizi a bordo strada fossero i soliti fiocchi fulminati per metà non fa niente: io mi emozionavo e, in tutta sincerità, mi emoziono ancora adesso, come se fosse la prima volta. Mi bastano un po' di traffico, l'aria fredda dell'autunno inoltrato, la pioggia e il silenzio.

Tutto questo pippotto per arrivare a dire una cosa ovvia a cui però credo fermamente: ogni corso che seguo, ogni luogo in cui decido di andare quando ho un po' di tempo per me, ogni post che scrivo e foto che scatto nascono dalla volontà di ritrovare quell'emozione, dal bisogno di riagganciare una sensazione già provata.

Sono tanti gli istanti così, solitamente veloci e difficili da catturare, da vedere davvero e da riconoscere, ma sono bellissimi e non mi stancherò mai di cercarli. Per questo motivo ieri mi sono iscritta a un laboratorio splendido dove sapevo avrei rivissuto almeno un poco la meraviglia di quando si impara qualcosa di nuovo, di quando ci si sente capaci di produrre bellezza. Che si tratti di un collage fatto strappando le riviste all'asilo, di un quadro creato con mille pastelli a cera e un ago per incidere le figure, di una borsa cucita a mano usando i vecchi jeans di papà, di un timbro in gomma nato per stampare la propria foglia del cuore, non cambia nulla.

Sempre alla ricerca di un momento perfetto oggi me ne vado al Garden Market e con me ci sarà pure mamma, in questo modo sarà ancora più semplice sentirmi bene come tanto tempo fa, quando l'otto Dicembre vagavamo semi assiderate tra le bancarelle di prodotti naturali, montate nel gelo del mattino di fronte a lo Spedale degli Innocenti di Firenze. Lo abbiamo fatto per anni di scendere giù, dormire nello stesso albergo e perderci tra le lane grezze, i saponi, le maglie pelose e pungenti, i guanti peruviani e le fasce per capelli. Oggi lo facciamo di nuovo, nel sole e nel caldo, circondate da stampe, disegni, quaderni, spille, borse di stoffa e ricordi.


giovedì 15 settembre 2016

Luci calde, aria fredda

Ha piovuto tutta la notte e pure tutta la mattina. Finalmente, vista la terribile siccità di questa estate e i tanti (troppi) incendi degli ultimi giorni. Sono rimasta sveglia un sacco a causa dei tuoni: non ci andavo d'accordo da piccola e non ci ho fatto pace nel frattempo, con questi rumori forti e improvvisi nel bel mezzo del sonno.

L'aria sembra essersi un poco rinfrescata, non che questa estate abbia fatto caldo, ma a Settembre le temperature erano veramente più alte del dovuto (e della media di sempre, a quanto pare).

Queste premesse un po' anziane e generiche, da sala d'aspetto di studio medico, per dire che non ho molto da condividere oggi. Perché, allora, scrivere un post? Perché mi andava, perché è tutto il giorno che digito digito digito, così tanto da non riuscire a smettere, così tanto da aver persino avuto l'impulso (subito sopito) di comprare una Lettera 35 trovata on line ad un prezzo davvero conveniente.
Stasera mi aspetta una bella cena al Messicano, per festeggiare un'amica che negli ultimi due anni, di pioggia, ne ha vista decisamente troppa: brocche di margarita, fagioli piccanti, tacos, birra, tortillas e cheesecake per mandare sonoramente affanculo una bestia che si merita assai di andarci.

Per il resto, succedono cose. Molte dipendono da tutti fuorché da me, alcune potrebbero dipendere, invece, dalle mie scelte. Probabilmente, come spesso succede, il modo migliore per dipanare nebbia, dubbi, bandolo della matassa e per vederci più chiaro è scrivere qui sotto un bell'elenco completo. Eccovi serviti:

1. Mi iscriverò all'università per dare un esame mancante. Mancante per cosa? Per poter insegnare storia dell'arte, nonostante dei 24 crediti in storia dell'arte necessari per accedere alle graduatorie io ne abbia 75. Non è così semplice, serve FORSE un esame aggiuntivo, ma nessuno, dico nessuno proprio, dal 2011 ad oggi ha saputo assicurarmi che sia davvero così. Né l'università, né il provveditorato, né l'URP del Miur, né i sindacati di categoria, né un avvocato. Nessuno. Il risultato è che sto per pagare quasi cinquecento euro per dare un esame che non mi farà rientrare in graduatoria (perché le graduatorie di terza fascia non verranno più aperte), ma FORSE mi darà l'accesso ad EVENTUALI concorsi e abilitazioni che PROBABILMENTE ci saranno l'anno prossimo. Quando? Chi può dirlo.

2. Continuerò a lavorare per la borsa di studio, finché ci saranno tempi e risorse per farlo e continuerò a progettare, organizzare, tenere laboratori di robotica per bambini. Parallelamente mi occuperò di scrittura web per l'associazione con cui collaboro e cercherò una via nuova, forse più sicura, forse più azzardata, forse più costosa, forse più conveniente, per proseguire il mio bizzarro cammino nel mondo del lavoro.

3. Mi getterò a capofitto, come ogni anno, nel Festival della Scienza di cui sento già l'odore, a sto giro per forza di cose più intenso di sempre.

4. Organizzerò tutto nei minimi dettagli, o quasi, per quanto riguarda gli orari di lavoro. Con sta storia che scrivo tanto, spesso e per ragioni diverse (lavoro, necessità, divertimento...) ho deciso di procurarmi un bel planner professionale (cartaceo, ovviamente, non esageriamo con la modernità) e suddividere con attenzione le mie giornate al pc. Parallelamente ho definitivamente rispolverato gli occhiali da vista: mai più senza.

5. Mi iscriverò a un corso creativo, almeno uno, prima che arrivi il Natale. In cantiere c'è già qualcosa, aspetto la conferma dal mio lab del cuore e via. Nel frattempo, però, mi delizierò guardando (e comprando, naturalmente) le creazioni altrui al Garden Market.

6. Mi impegnerò per fare gite e camminate, magari con qualche corsetta tra un'escursione e l'altra. So che non dovrò sforzarmi più di tanto, infilare gli scarponi e uscire di solito mi riesce benissimo, senza fatica.

7. Continuerò a studiare francese, con un obiettivo più alto del previsto: vorrei conseguire la certificazione Delf. Ce la farò? Presto per dirlo ma sicuramente ci proverò. Una buona insegnante e un buon gruppo di studio certamente non mi mancano.

8. Mi prenderò cura. Principalmente dei miei spazi e del mio tempo, cose che spesso trascuro (pagandone poi le conseguenze, in termini di malumore e incriccamenti vari). Sono già sull'ottima strada, il planner di cui sopra aiuta molto, l'aria fresca d'autunno pure, così come la luce meravigliosa di queste sere di fine estate: la vedete lassù, nella foto scattata al Festival della Comunicazione di Camogli, dopo un acquazzone e prima di uno spritz.

lunedì 5 settembre 2016

In love with Flow

Avrebbe dovuto essere un post su una gita, una delle ultime della stagione, forse l'ultima.

Cause di forza maggiore (leggi: peste intestinale che solo il cielo sa quando ne uscirò, se ne uscirò e come ne uscirò) mi hanno inchiodata a casa nel week end, quindi niente gita, prati, boschi, castelli, trenini, alberghi e nemmeno un più semplice e sempre efficace sentiero, pranzo, mare, mulino, vongole e sole. Solo casa, letto, bagno, acqua, grissini, bagno, letto, tisana, casa, fette biscottate, letto, bagno e libri.
Questi ultimi solo quando il mal di testa lo ha consentito, così come i post di lavoro e le serie tv.
Volendo cercare il buono in ogni cosa, tra gli aspetti belli di questa situazione c'è, appunto, la lettura. Ho finito (finalmente!!!) un romanzo di cui scriverò prestissimo qui, ho mandato mamma in spedizione di acquisto del tanto atteso Eccomi di Safran Foer e ho letto un po' dell'ormai mitico e super fotografato Flow Magazine: a lui è dedicato, in realtà, questo post già parecchio confusionario, come vuole la tradizione.

Di Flow ho sentito parlare per la prima volta l'anno scorso, non ricordo dove o da chi, ma ricordo che rimasi incantata e molto curiosa. Lo vidi esposto da Flamingo Bergamo e poi in un negozietto di Pistoia che non credo saprei ritrovare. Fino a che, parlando con Cinzia, mi decisi a recuperarne un paio di copie. Del suo arrivo ho già raccontato qui, oggi però vi dico com'è una volta aperto, annusato e sfogliato con cura. Per saperne di più sui contenuti, invece, occorrerà aspettare ancora un po', l'inglese e il francese mica sono la mia prima lingua!

10 cose di Flow che conquistano appena lo si sfoglia:

1. Innanzi tutto Flow è spesso, è spessa la carta, è spessa la rivista (più di 130 pagine)
2. Flow profuma di cartoleria, non di giornalaio - attenzione! - ma di cartoleria. Tutta colpa degli INSERTI
3. All'interno di Flow ci sono, per l'appunto, degli inserti meravigliosi e per meravigliosi intendo: poster double face e busta piena di stickers nel numero francese, vetrofanie e quaderno "tine pleasures art journal" (!!!) in quello inglese
4. Flow è pastello con una punta di fluo, è lucido e opaco, è liscio e ruvido, è dolce e sfacciato
5. Flow è pieno di proverbi, modi di dire, poesie e filastrocche bellissime
6. Flow è un garage di illustrazioni e immagini che varrebbe la pena ritagliare e conservare, se non fosse un peccato mortale avvicinare un paio di forbici a questo giornale
7. Flow, all'inizio, ha un piccolo tag in cui scrivere il nome del proprietario (eh vabbè)
8. Flow racconta storie, passate e presenti, spalancando finestre su mondi piccoli e grandi, vicini e lontani. Ve ne parlerò
9. Flow non ha pubblicità
10. Flow ti parla dentro, sussurrando al cervello, ascoltando il cuore, nutrendo lo stomaco con le ricette scritte alla fine

Ci sarebbero altre mille cose da dire e segnalare ma per ora mi fermo qui e aspetto di averlo letto tutto per bene.
Di sicuro, nel frattempo, comprerò l'agenda del prossimo anno: non è bellissima?








lunedì 29 agosto 2016

Pane secco e mutande


Siamo alla fine di Agosto e raramente come quest'anno l'estate è passata veloce per me.
Mi dispiace essere già a Settembre, mi dispiace non aver fatto molte cose che avrei voluto fare, ma sono contenta di aver vissuto appieno ogni (meravigliosa) gita, ogni (lunga) nuotata, ogni (difficile) lettura, ogni (rara) ora di lavoro, ogni cena cucinata con cura.

Sono stata, più del solito, attenta ai dettagli.
Ho fatto molta attenzione agli acquisti per esempio: ho comprato da Flamingo Bergamo e da Celestina Vintage con l'intento di continuare imperterrita lungo la strada dello shopping consapevole, fatto di cose strettamente necessarie (o quasi), tessuti buoni e giusti, marchi dichiaratamente sensibili alle questioni etiche e ambientali che più mi stanno a cuore. Per "dichiaratamente sensibili" intendo che sui loro siti sia ben visibile e possibilmente verificabile la politica fair trade con cui producono, esportano, commissionano i capi e non il semplice e generico blablabla dietro cui spesso si nascondono i customer care di brand tanto importanti (e onnipresenti) quanto famosi. E non parlo di fast fashion.

Dicevo, sono stata attenta ai dettagli. L'ho fatto anche camminando sui sentieri, l'ho fatto guardando sott'acqua nei pomeriggi infiniti di mare, l'ho fatto scrutando orizzonti di montagna, fiori e insetti in giardino, l'ho fatto in posti dove ero già stata mille volte scoprendo punti di vista nuovi, l'ho fatto infornando e mescolando, disegnando e scrivendo, valutando proposte e facendo valere quello che penso.

Pure l'altro pomeriggio ho messo attenzione nei dettagli e in un nano secondo sono stata catapultata in dietro nel tempo, su per giù a trenta anni fa. Mentre ciabattavamo verso la spiaggia abbiamo notato una porta di legno aperta, una di quelle cabine sul mare usate dai pescatori per ricoverare canne da pesca, reti, costumi, secchi, remi e mille altre cose che profumano maledettamente di infanzia. Appesi alle tavole bianche c'erano un paio di mutande stese ad asciugare e un grosso sacco di pane secco per i pesci. Non ho potuto (ci ho provato eh, ma niente!) fare a meno di pensare a quando, da bambina, scendevo le scalette sotto al Capolinea dell'Uno, a Voltri, per raggiungere la casetta di papà. I miei ricordi sono molto sfumati, fatti per lo più di odori e sensazioni: la sabbia in mezzo alle dita dei piedi, il rumore degli zoccoli di legno sui ciottoli, la puzza dei lavatoi umidi e bui, i tentacoli freddi dei polpi posati (vivi) sulla mia testa, il secchiello dei Puffi, la luce che filtrava tra le travi bianche della cabina, la borsa di paglia di mamma, le formine rosse, le polpette di sabbia, i vetri colorati e arrotondati dal mare, l'ombrellone a righe, il costume a quadretti, le barche rovesciate, le assi nella sabbia per far risalire i gozzi dal mare, l'insalata di riso, i bicchieri di plastica dura, il cocomero a bagno... potrei continuare all'infinito ma concluderò con un ultimo ricordo, che mi si è materializzato davanti ieri mentre leggevo sdraiata su uno scoglio: il granchio ficcanaso :-)

Io, per adesso, a questa estate non rinuncio.

P.S. La foto quassù l'ho scattata a Luglio, qualche ora prima di ascoltare un concerto.

giovedì 18 agosto 2016

You cannot tame something so happily wild...


[Avviso: post lunghissimo, con i tempi verbali un tantino fantasiosi. Vogliatemi bene comunque]

Ho ricevuto in regalo questo libro qualche giorno fa, poche ora prima di partire per una gita meravigliosa. Me lo hanno regalato due amici che mi conoscono piuttosto bene e che, soprattutto, conoscono bene il mio lato selvaggio, decisamente dominante sugli altri aspetti del mio carattere. Negli anni forse sto migliorando, ammesso che addomesticamento sia sinonimo di miglioramento: la storia del libro (mi) confermerebbe tutto il contrario. Il titolo del post è l'ultima frase di "Wild".

Ad ogni modo, dicevo, ho ricevuto questo regalo pochi giorni prima di partire per una camminata, organizzata all'improvviso nel prato delle Piscine di Casella, guardando il meteo, studiando la cartina e facendo una telefonata.
Siamo partiti la mattina di Ferragosto da Genova, in motorino abbiamo raggiunto Torriglia (fare tutto il percorso con il bus, in orario festivo, sarebbe stata un'impresa impraticabile anche per me che difendo sempre con i denti il trasporto pubblico) e, dopo una sosta obbligata per chiedere informazioni, prendere un caffè e farci preparare il panino al salame dall'alimentari del paese abbiamo proseguito fino a Bavastrelli. Lì ci siamo liberati del motorino e siamo partiti a piedi.

Inizia così il nostro viaggio a tappe, tante, visto l'orario criminale in cui abbiamo cominciato a camminare. Suddividerò questo post in quindici punti, proprio rispettando le soste che abbiamo fatto e raccontando, una pausa dopo l'altra, cosa abbiamo visto, cosa mi ha colpita di più, cosa vi consiglio di fare nel caso voleste avventurarvi nella stessa impresa seguendo le nostre orme. Parto subito con le indicazioni, premettendo che per raggiungere il Rifugio dell'Antola ci sono diverse possibilità. Potete partire dalla Casa del Romano passeggiando praticamente sempre in piano e con poca fatica, da località Donetta facendovi il mazzo (almeno così mi hanno detto i signori del paese incontrati al bar) o da Bavastrelli come abbiamo scelto noi, consapevoli che avremmo incontrato solo salite per almeno due ore (ce la siamo presa moooolto più comoda).

[Tutti i link che ho segnalato vi fanno raggiungere la vetta del Monte Antola, il Rifugio da lì dista dieci minuti].

Ecco le tappe:

1. Prima sosta alla fonte per mangiare il panino al salame. Non siamo nemmeno partiti che già ci sediamo per pranzare, a nostra discolpa possiamo dire che mentre salivamo abbiamo incrociato decine di famiglie in assetto da grigliata in giardino: una fra tutte quella che cuoceva cento chili di asado su una rete del letto. Che meraviglia.

2. Seconda sosta alla fonte per ricaricare le pile e la borraccia. Siamo in pieno bosco e non soffriamo il caldo... per adesso.

3. Terza sosta sotto al faggio più bello del mondo, seduti al tavolo, tra disegni botanici e consapevolezza di essere a metà strada, col sole a picco, di fronte alla pietraia.
[n.b. Nel parcheggio di Bavastrelli abbiamo incrociato alcune signore del luogo che chiacchieravano tra loro trasportando lasagne e bottiglie di vino: "Per andare sull'Antola occorre partire la mattina presto, se si va ora si muore di sete sulla pietraia"]

4. Quarta sosta sul sentiero grazie all'ennesimo tavolo all'ombra. Da qui in poi abbiamo deciso di non fermarci più e di goderci il bosco fino al rifugio.

5. Arrivo al rifugio, dove abbiamo trovato torta di mele e birra ad accoglierci, un panorama mozzafiato, le ciabatte all'ingresso e un'accoglienza discreta e gentile.

6. Posato uno zaino su due siamo saliti in vetta, dove non ci sono parole da dire, solo silenzio e gratitudine. Perché quello è un posto in cui guardando sinistra si vedono le montagne, di fronte si vede il Lago del Brugneto, a destra si vedono il mio mare e il mio paese d'origine, dietro si vede la pianura. E poi i fiori di montagna, i sassi, gli insetti, i gruppi di daini veloci, gli escursionisti con le gambe storte, il sole e la gioia vera.

7. Dopo un po' di riposo, una doccia veloce per non sprecare l'acqua, una sosta con i binocoli di una compagna di rifugio per osservare un daino gigante mangiare su una sella lontana, abbiamo cenato e chiacchierato, guardato video di volpi incontrate al tramonto, parlato di viaggi e cibi insoliti, raccontato di sentieri, nebbia, topi e solitudine.

8. Prima di coricarci abbiamo guardato il cielo, illuminato da una grande luna. Nonostante la luce ci siamo portati a casa una bellissima stella cadente.

9. La notte in condivisione, come temevo, non è andata granché bene. Essere svegliati dieci volte da un cellulare lasciato inspiegabilmente accesso non è tollerabile mai, figuriamoci in un rifugio di montagna.

10. Per fortuna le sei sono arrivate presto e con ancora il pigiama addosso e gli occhi semi chiusi siamo corsi in vetta per guardare l'alba. Non eravamo soli, con noi un ragazzo giunto in rifugio la sera prima, un gruppo di mucche, una volpe e una lepre lontane (almeno così sostiene Andrea!).

11. La colazione ci attendeva al rientro dalla fuga notturna e insieme a noi, nel prato, mangiavano un piccolo daino e la sua mamma.

12. Dopo aver dormicchiato qua e là, un po' sulle travi di legno all'aperto, un po' avvolta nel sacco a pelo, siamo ripartiti. Questa volta le soste sono state poche, abbiamo incontrato qualche daino nella foresta e raggiunto Bavastrelli velocemente. Da lì siamo ripartiti con il motorino e poi a piedi in direzione Lago del Brugneto. Sulla via ho anche trovato il tempo di lasciare una foglia gentile, vicino a una fonte, la prima "abbandonata" fuori città.

13. La strada nel bosco, una mezz'ora di cammino, ci ha portati sulle sponde di questo grande lago artificiale. La stagione estiva rende il paesaggio lunare: spiaggette di limo secco e rifiuti di epoche passate, alberi ricoperti da vecchio fango indurito, rovi e radici ovunque sono ciò che l'abbassamento del livello dell'acqua ha lasciato dietro di sé. Ci siamo un po' impressionati per questa desolazione, avvertendo chiaramente la differenza tra un luogo artificiale e uno naturale. Siamo rientrati passando dal bosco e incontrando qualche capriolo arancione.

14. L'idea era quella raggiungere la diga in motorino per mangiare lì il nostro ennesimo panino al salame, ma avevamo decisamente calcolato male le distanze: troppa strada, troppe curve, troppa benzina ci separavano dalla meta e così, affamati e finalmente un po' stanchi chi siamo fermati a Santa Maria al Porto, per pranzare davanti alla chiesa. Ci ha fatto compagnia una bambina, intenta a giocare da sola sul sagrato, così concentrata da rifiutare persino il gelato offerto dalla nonna con un urlo sull'uscio di casa.

15. Il nostro viaggio è terminato così, con un caffè sulla via del ritorno, un sonno incredibile che mi ha fatto addormentare in motorino (!) e tanti ricordi da fissare per bene nella memoria.

Come scrivevo poco tempo fa proprio qui sul blog ci sono momenti in cui sembra che il tempo, in realtà, non abbia tempo. Giorni di dodici ore come tutti gli altri che paiono durare molto di più, week end lunghi quanto una settimana, decine di emozioni diverse (stupore, paura, gioia, malinconia...) che dilatano tutto e confondono i piani.
Questa gita è stata proprio così, dilatata, confusa, improvvisata e perfetta, perché "Non puoi domare qualcosa di così felicemente selvaggio".








martedì 9 agosto 2016

Il Pilates mi ha cambiato la vita


Sembra un post acchiappa visualizzazioni, mi rendo conto, una di quelle frasi gigione che usano tanto su youtube per fare il pieno di click e poi, nel video, non c'è traccia di ciò che preannunciava il titolo.
Però a me, il Pilates, la vita l'ha cambiata veramente e oggi vi spiego come e perché.

Mi sono avvicinata al Metodo Pilates ormai dodici anni fa, davvero tantissimi. Avevo appena avuto la trombosi, l'angiologo mi aveva consigliato di continuare a fare sport ma anche di abbandonare le attività troppo pesanti, in cui le gambe erano coinvolte con saltelli e sforzi eccessivi, in cui le piante dei piedi e i polpacci venivano sollecitati in maniera inadeguata.
Abolita la corsa, consigliato il nuoto, mi sono dedicata a quest'ultimo con immensa insoddisfazione. Sveglia alle 6.30 per essere in acqua prima delle otto, un'ora di vasche col magone, freddo polare negli spogliatoi, capelli impettinabili dopo una settimana di piscina, calze elastiche impossibili da infilare con la pelle ancora umida, tonnellate di borotalco, funghi e verruche alle porte, treni, autobus, lezioni all'università con l'accappatoio marcio nello zaino.

Nuoto abolito, come la corsa.


Tra i consigli del medico continuava ad ondeggiare sospeso questo esotico Pilates, l'avevo già sentito perché lo faceva Madonna, ma non avevo mai realmente capito di cosa si trattasse. Fino a che, a un passo da casa, ho scoperto che una piccola palestra teneva corsi collettivi a prezzi modici (all'epoca lo si trovava quasi esclusivamente a lezioni individuali, con un costo improponibile per me) e che questi corsi collettivi non solo mi facevano bene ma erano pure divertenti. Ho alternato per anni il Pilates allo Yoga, poi, per cause di forza maggiore, ho continuato solo con il Pilates e non ho più smesso. Quando sono andata a vivere da sola e mi sono trasferita lontana dalla palestra (e dalla mia amatissima insegnante, Deborah) ho subito cercato un altro centro dove poter praticare il mio sport del cuore e, udite udite, l'ho trovato sotto casa. Anche in questo caso sono stata molto fortunata e Luciano, il maestro che ho adesso, mi piace un sacco. Per quanto possa sembrare strano, infatti, il Pilates è tutt'altro che un'attività priva di controindicazioni: se effettuata male, senza fare attenzione alla postura, alla protezione adeguata della schiena, alla respirazione e all'allungamento corretto si rischia di farsi parecchio male. Un buon insegnante, dunque, è indispensabile.

All'opposto, se fatto bene, il Pilates vi cambia la vita.

Ho imparato a sdraiarmi e a rialzarmi senza coinvolgere i muscoli lombari ma aiutandomi con gli addominali, ho imparato a chinarmi "arrotolando e srotolando" la colonna come fanno i gatti, ho imparato ad auto curarmi i dolori alla schiena con piccoli ma super efficaci esercizi di stretching, sono diventata molto più aggraziata nei movimenti e mantengo sempre un buon allineamento collo-coccige senza nemmeno rendermene conto, che io sia in piedi o seduta al computer. Il bello di questo sport sono proprio l'inconsapevolezza e la gradualità con cui si raggiungono gli obiettivi: basta continuare a praticare un poco e gli atteggiamenti acquisiti vengono automaticamente mantenuti, come se il nostro corpo fosse ormai programmato in un certo modo.

Da qualche mese ho preso l'abitudine di fare Pilates tutti i giorni (come dimostra la foto quassù), almeno dieci minuti al massimo mezz'ora, dipende dal tempo e dalla voglia disponibili. Così sono certa di allenarmi con poco sforzo e di ricominciare a Settembre senza farmi sorprendere stanca e fuori forma: un buon metodo, credo, per scongiurare le mie tanto temute contratture muscolari.

Quando ho iniziato a scrivere questo post pensavo di raccontare anche delle novità incontrate ultimamente, prima fra tutte la Rivista Flow (ora come ora sono circondata dai due numeri, in francese e inglese, che ho appena ricevuto e che mi stanno riempiendo gli occhi di ispirazione, bellezza e piccole cose), ma alla fine il Pilates si è preso tutto lo spazio che voleva e che merita, perciò va bene così.
Delle new entry summer 2016 (niente, è giornata di titoli gigioni evidentemente) ci sarà tempo di parlarne la prossima volta, ma prima di chiudere voglio ricordare qui una sorta di mistica visione che ebbi il primo anno in cui cominciai il Pilates e lo Yoga insieme: durante il rilassamento, ad occhi chiusi, mi immaginai alla fermata di un autobus, in Canada, avvolta in una mantella impermeabile rossa con un paio di galosce gialle ai piedi. Attorno a me solo una lunga strada bagnata e un bosco con alberi altissimi, verdi e marroni, scossi dal vento. Quando riaprii gli occhi stavo piangendo, non di angoscia però, e ancora oggi, se vado in crisi, quell'immagine è la prima a cui mi aggrappo per sentirmi subito meglio.

Io ve l'ho detto che il Pilates vi cambia la vita.




domenica 31 luglio 2016

La fabbrica dei sogni

Avete presente quando trascorrete una giornata facendo tante cose diverse, così tante e così diverse che alla sera vi sembra di essere svegli da tre giorni? Avete presente quei momenti notturni in cui non riuscite a rendervi conto se state sognando oppure no? Avete presente quelle condizioni così perfette e fuori dal tempo che potrebbero arrivare dritte dritte da un mondo onirico ovattato e lontano?

Ecco, tutte quelle situazioni io le chiamo le fabbriche dei sogni e adoro quando capitano, specie se all'improvviso, specie se in giornate speciali.

Poco fa, per esempio, mi è successo questo: ero semi sdraiata sui sedili verde bosco del Trenino di Casella e provavo a dormire, vista l'oretta di viaggio che mi attende. Fuori dal finestrino scorreva un paesaggio fatto di alberi e luce, polvere e sole e io non sono riuscita a prendere sonno, coinvolta com'ero dal momento magico e sospeso.

Mi è venuta voglia di scrivere, mi ha sorpreso l'ispirazione.


Quell'ispirazione che dopo ogni post sono convinta che non tornerà mai più e invece, inesorabile, si ripresenta all'improvviso. La settimana scorsa la scintilla l'ha accesa inconsapevolmente la bimba in piscina, oggi sempre di piscina si tratta, ma stavolta siamo sulla via del ritorno.

In verità, la prima avvisaglia che oggi sarebbe stata una giornata visionaria l'ho avuta stamattina presto, quando ho impiegato un bel po' di tempo a rendermi conto che il sogno dei vicini di casa che riuscivano ad aprire il portone rotto da giorni era, appunto, soltanto un sogno. Ieri sera lo abbiamo riparato con un po' d'olio d'oliva, ma i cori di gioia di questa notte non ci sono stati davvero, non mi sono mai affacciata alla finestra, non ho visto nessuno abbracciarsi e saltellare allegro nel vicolo buio (anche perché, diciamocelo, per una serratura funzionante mi sarebbe sembrato un tantino eccessivo).

Ieri sera, dunque, abbiamo fabbricato un sogno, semplicemente facendo (tornare a) girare la chiave nella toppa; chissà se anche il finestrino semiaperto di poco fa, il dondolio e il rumore del treno, il giornale stropicciato su cui scrivo questo post (riempiendo ogni buco libero della pagina dedicata alle ultime tendenze moda), fabbricheranno di nuovo qualcosa.

P.S. Nella foto quassù una diretta delle mie comunicazioni aliene (cit.)