martedì 15 agosto 2017

Diaro di Marsiglia


Eccomi.
È Ferragosto, ho appena mangiato salmone, bietole lesse, canestrelli e prosecco e sono in totale pace con me stessa. Mi aspettano un libro, il mare, una corsetta e la mia gatta. Nulla di più, nulla di meno.
Poco fa pensavo a quanto tempo manca prima che io abbia passato più anni senza mio padre che con lui, è stato così doloroso questo pensiero che ho deciso di sedermi e scrivere il post sul viaggio a Marsiglia.
Le foto sono pronte, perché farsi prendere dalla malinconia? Meglio raccontare qualcosa di bello.

Qui trovate il diario del giro in Verdon, durato quattro giorni. Tre giorni e na 'nticchia, invece, li abbiamo trascorsi a Marseille.
Ecco come è andata.

Giorno 1 - La partenza e l'arrivo.

Siamo partiti da La Baume dopo colazione e ci siamo diretti subito verso i campi di lavanda, sperando di trovarne ancora qualcuno in fiore (la stagione era parecchio inoltrata e la maggior parte delle piante era già stata raccolta). Abbiamo viaggiato nella Provenza più Provenza, ma nulla... tutto tagliato. L'unica micro coltivazione ancora fotografabile era alle porte di Valensole, paese carinissimo dove ci siamo fermati a mangiare, a comprare millemila saponi e profumi e a fare amicizia con tutti i gatti disponibili. Una volta ripartiti non ci ha fermati più nessuno: navigatore dritto a Marseille, dove siamo arrivati nel pomeriggio e dove ci siamo subito persi, in auto, nei vicoletti del centro storico. Siamo riusciti ad uscirne miracolosamente e abbiamo parcheggiato (come da consiglio DI TUTTI) in un silos coperto, abbiamo lasciato i bagagli al Best Western e siamo "corsi" a visitare Le Panier, quartiere bellissimo e pieno di angolini dove avrei comprato tutto il possibile. Alla fine, complici la stanchezza e la deriva parsimoniosa che ho tristemente imboccato da un po', non ho preso nulla e sono tornata alla camera con due misere calamite da frigo. Nient'altro. Serata maffa con cena maffa, ma eravamo davvero troppo cotti e troppo travolti dal caos marsigliese per renderci conto di qualcosa. Abbiamo dormito assai e il giorno dopo ci siamo dedicati alla scoperta delle scoperte: Les Calanques.




Giorno 2 - Les Calaques e La Cité Radieuse di Le Corbusier
Sveglia presto, giga colazione (pimp your yahourt forevva) e via a prendere il bus per Les Calanques. Innanzi tutto occorre dire che i mezzi di trasporto a Marsiglia sono tanti e belli, per lo meno dal punto di vista di un genovese abituato a micro bus surriscaldati quanto rari. Siamo scesi alla fermata giusta dopo una mezz'oretta di viaggio durante il quale abbiamo avvistato la tappa del ritorno: La Cité Radieuse di le Corbusier.
Il Parco delle Calanques è bellissimo, rovente, con poca acqua (dove siamo partiti noi c'era una fontana e poi nulla più), con un belvedere fenomenale e con un mare bellissimo. Abbiamo camminato un'oretta e poi siamo scesi per fare il bagno.
Ecco, qui c'è stato un piccolo intoppo: l'acqua era gelata.
E lo dico dopo aver nuotato nella diga del Verdon e in tutti i laghetti di montagna che ho incontrato in vita mia. Non so che fenomeno sia, forse c'è qualche fonte di acqua dolce a noi ignota (effettivamente era molto poco salata) che si mescola al mare, sta di fatto che ci siamo pucciati e siamo assiderati in due secondi. Ad ogni modo, posto meraviglioso e gita splendida. Siamo rientrati sempre con il bus dell'andata (il 21 che parte da Piazza Castellane, se non sbaglio), ma siamo scesi, come previsto, alla fermata Le Corbusier per vedere il palazzone di mille colori super famoso e super fotogenico, cani abitanti inclusi.
In centro i tram erano fermi (c'era il Gay Pride) perciò siamo tornati in albergo a piedi per poi scoprire di aver camminato in tutto venti chilometri.
Bra-vis-si-mi.
La cena, uno spettacolo senza precedenti, l'avevamo prenotata il giorno prima qui. Andateci, ha 14 (quattordici!) coperti, un sorriso bellissimo, lavora da solo e il cibo, per quanto semplice, è buono, economico e pieno di amore.




Giorno 3 - La Plaine - MUCEM - Îles du Frioul
Avevamo fatto un giro a La Plaine la sera prima, dopo cena (per digerire, come gli anziani). Ci siamo tornati la mattina (per scattare foto, come i giovani) e per raggiungere a piedi la Friche la Belle de Mai, uno spazio multiculturale bellissimo, in cui l'energia della condivisione e della sperimentazione si percepisce anche la domenica, quando quasi ogni porta è chiusa e quasi ogni attività è sospesa. Da qui abbiamo preso un bus a siamo andati al MUCEM, il museo delle civiltà europee e mediterranee: bellissimo fuori, abbastanza nullo dentro (cit.). Abbiamo gironzolato su Fort Saint Jean, scattato mille foto nella luce più forte del mondo e, a piedi, siamo tornati in albergo per mettere il costume e prepararci al traghetto. Sì perché la sera abbiamo cenato alle Îles du Frioul e ci siamo goduti un tramonto splendido, con il quale abbiamo cominciato a salutare Marsiglia.






Giorno 4 - Notre Dame de la Garde e il ritorno a casa

Fatte le valigie (e la giga colazione) abbiamo caricato i bagagli in macchina, ci siamo persi nel parcheggio coperto (che non abbiamo mai pagato, ma questa è un'altra storia che non dipende da noi, anzi, aspettiamo fiduciosi la mail per il bonifico) e siamo saliti al Santuario della Guardia. Un botto di gente, un botto di soldati, un botto di candele, ex voto, souvenirs, ma anche un bel panorama. Ecco tutto.
Abbiamo puntato Scatoletta verso casa, ci siamo fermati giusto per pranzare in autogrill e siamo arrivati nel pomeriggio. Stanchi e tanto, tanto contenti.




Nel prossimo post, forse, faccio un elenco delle sensazioni che queste vacanze mi hanno lasciato. Momenti lunghi, attimi velocissimi, sguardi, aneddoti... cose così. Vedremo. Per adesso, buon viaggio a Marsiglia!


martedì 8 agosto 2017

Voglio andare a vivere nel Verdon

Tipo che partirei anche la prossima settimana, giusto il tempo di qualche giorno per fare le valigie e dare in adozione le mie piante.

Mi sono innamorata del Verdon, sapevo che sarebbe successo e non sono stata smentita.


Il motivo? Ce ne sono svariati, in verità, primo tra tutti probabilmente la mia indole in fondo in fondo (ma nemmeno troppo in fondo) sociopatica.
Volevo visitare questo posto da anni, come da anni volevo andare in vacanza, sì perché se escludiamo la scappata in Sardegna a inizio estate non parto dal 2009. Probabilmente sarei stata felice anche di fare le ferie a Vergate sul Membro, ma decidere per il Verdon è stata senza ombra di dubbio la miglior scelta che potessimo fare.

I prossimi due post saranno un diario di viaggio
, il primo (cioè questo) sui quattro giorni in alta Provenza, il secondo (che spero di riuscire a scrivere la prossima settimana) sui tre giorni e mezzo trascorsi a Marsiglia.
Non so ancora, lo deciderò scrivendo, se aggiungere anche sensazioni ed emozioni molto personali all'interno dei post-diario o se dedicare a loro un'uscita a parte... vedremo.

Giorno 1 - Da Casa a Castellane, passando da Grasse.
Dunque, siamo partiti il 24 luglio mattina, con Scatoletta, l'auto di Santa Maria da Vesima (mia madre) che ce l'ha prestata di nuovo. Non paga di aver girato le brulle vie sarde, la nostra mini macchinetta rossa ha dato il meglio di sé sulle creste francesi: con poco più di un pieno ci ha portati fino a Marsiglia e ritorno, compresi un sacco di viaggi interni nelle valli provenzali (a Marsiglia, invece, si è riposata in un parcheggio coperto, su consiglio di TUTTI).
Abbiamo attraversato la Liguria e siamo arrivati in Francia all'ora di pranzo, per la precisione a Grasse, che tutte le mappe di Google chiamano Grassa (in occitano), probabilmente dopo aver assaggiato il Croque monsieur au saumon che ho mangiato io. Che dire di questo paesino super provenzale e super fiorito dove ero già stata anni fa? Vi basti sapere che in tutte le viuzze sono presenti bocchette di acqua nebulizzata profumata che sparano nuvole sui turisti e che dietro alla chiesa c'è uno spazio alberato dove potete degustare ghiaccioli al caffè ripieni di caramello salato (Grassa, dicevamo...), comodamente spaparanzati su una sedia a sdraio colorata.

Dopo pranzo siamo partiti subito alla volta di Castellane, il paese vicino a La Baume, ovvero il gruppetto di case dove si trova il rifugio che ci ha ospitati. Castellane è sede di tutti i negozi specializzati in sport estremi della valle, nonché momentanea abitazione di orde di scoppiati muscolosi, arruffati e prontissimi a lanciarsi in un vuoto qualsiasi.
Arrivati a destinazione ci siamo diretti subito alla Gîte (dove abbiamo trascorso tutte le notti in Verdon) per farci conoscere, lasciare i bagagli, prenotare la cena e perlustrare un poco la zona.
Qualche chilometro di curve su per la montagna e si arriva a casa di Alice, Matthieu e il piccolo Lou (più cane e gatto dello stesso colore). Li amerò tutti per sempre, perché a colazione ho mangiato ogni mattina pain au chocolat, burro, miele di lavanda e rosmarino, baguette calda, composte di frutta, latte fresco e yogurt della valle. Li amerò tutti per sempre perché hanno avuto la pazienza di parlarmi con lentezza e ascoltare il mio francese un po' zoppicante, perché sono stati sempre super gentili e altrettanto discreti, perché le due cene che abbiamo consumato lì erano uno spettacolo e perché hanno avuto la voglia, la forza, l'idea di prendere in gestione un posto così bello come quello.

A proposito di cena, la prima sera siamo rimasti in rifugio e abbiamo mangiato agnello e polenta buonissimi, preso un aperitivo con birra tapenade di olive e salamini e gustato una mousse al cioccolato senza precedenti. Attorno a noi altre due coppie e un amico dei gestori. Fuori mille animali, compresi il ragno più grande del mondo e una presunta (perché non l'abbiamo vista) famiglia di cinghiali che ci ha svegliati all'una di notte sgrufolando sotto le nostre finestre.




Giorno 2 - La Route de Cretês

Siamo partiti da Genova con l'idea di seguire il più possibile questo itinerario, scovato per caso cercando informazioni nei mesi scorsi. In realtà la Route de Cretês (la strada delle creste) l'abbiamo fatta in un giorno solo, metà alla mattina metà al pomeriggio, con una pausa pranzo meritatissima a Moustiers Sainte Marie. Se non conoscete la storia di questo paesino vi consiglio di andarla a leggere, è davvero una poesia.
Il giro delle gole è pieno di gente, meno di quanto ci aspettassimo in verità, ma i belvedere distribuiti lungo tutta la strada sono presi d'assalto (giustamente!) da tanti turisti. Cosa c'è da vedere? Beh, le creste, le gole profondissime con il Verdon che scorre lento sul fondo (vedi foto di apertura), le persone che arrampicano appese qua e là e, soprattutto, i grifoni. Sono ovunque, non si fa fatica a individuarli, né a fotografarli, come potete vedere qui sotto.
Rientrando al rifugio abbiamo costeggiato anche il Lago di Saint Croix, un luogo assurdo pieno di pedalò colorati e tuffatori senza senno che sembra uscire da un parco giochi di Wes Anderson.
Bollettino animali della giornata: oltre ai grifoni anche un coniglietto piccolissimo sulla strada per Castellane e uno scoiattolo nero sull'albero davanti a "casa". Sono quasi morta di gioia.




Giorno 3- Il Sentiero Martel

Abbiamo dedicato, come previsto dalla nostra tabella di marcia, l'intera giornata al Sentiero Martel. Questa lunga camminata (circa 13 Km) costeggia una consistente parte del fiume a volte seguendolo quasi allo stesso livello, a volte salendo in quota. Il verso da cui abbiamo imboccato noi il sentiero è il più duro ma anche il più semplice se si soffre di vertigini (lui) e di claustrofobia (io). I tunnel (quasi un chilometro diviso in due gallerie) iniziano subito, quindi si è ancora ampiamente in tempo per desistere e tornare in dietro in caso di panico, mentre i tratti esposti se percorsi in salita come nel nostro caso risultano più agevoli. Non sapevamo se saremmo riusciti ad arrivare in fondo e, soprattutto, non sapevamo se lo avremmo fatto in tempo per prendere la navetta con cui tornare da Scatoletta. Il Martel, infatti, non è un anello ed essendo piuttosto lungo non è semplice percorrerlo andata e ritorno per rientrare da dove si è partiti. Ad ogni modo, con qualche pausetta per recuperare fiato e bagnarsi la testa, con una sosta per il pranzo e alcuni stop obbligati per scattare foto siamo arrivati alla fine non solo con un buon anticipo sull'autobus ma anche con il tempo per un gelato.

La sera a cena siamo (OVVIAMENTE) rimasti in rifugio: cous cous alla provenzale e gelato homemade nel menu, un carico gigante di stanchezza, gioia e soddisfazione nelle ossa.
Per quanto riguarda l'avvistamento bestie abbiamo fatto il pieno di grifoni e rondini e abbiamo incontrato, sulla via del ritorno, una grossa lepre e un rospo ciccione (evviva!).




Giorno 4 - Il Lago di Castillon
Vista la sfacchinata del giorno prima abbiamo deciso di dedicare l'ultimo giorno nel Verdon all'esplorazione dei paesini vicini a Castellane e alla visita della diga del Lago di Castillon. Se volete sapere un po' di informazioni su questo posto potete leggere qui (non perdetevi il particolare dell'orologio perché è bellissimo). Costeggiata la diga con l'idea di arrivare a Saint André Les Alpes ci siamo invece fermati a Saint Julien du Verdon.
Lì ho trovato il mio paradiso, dove ho nuotato, letto, desiderato con tutta me stessa un gonfiabile a forma di aragosta, mangiato un panino ai peperoni e, soprattutto, dormito fortissimo sotto un salice piangente. Non credevo di essere capace di rilassarmi così tanto, e invece... anche un'irriducibile isterica come me è in grado di staccare la spina.
Prima di rientrare a Castellane abbiamo raggiunto questo posto: pochissima vita (almeno in apparenza), ma tanta bellezza!
A cena ci siamo fermati qui, un piccolo gioiellino provenzale con le lucine sull'albero nel cortile e i gamberi al Pastis più buoni di sempre (e, notare bene, a me il Pastis non piace).




Ecco, abbiamo finito.
Il quinto giorno è stato di saluti al rifugio (mi sarei attaccata alle gambe dei gestori per rimanere) e di passaggio tra il Verdon e Marsiglia, ma preferisco raccontarvi la nostra (quasi vana) ricerca delle lavande in fiore nel prossimo post.




lunedì 17 luglio 2017

12 anni senza e 6 mesi con

Questa quassù è una foto di lavoro.

Questo quaggiù è un post che parlerà (anche) di quello, del lavoro.
Andiamo con ordine: sono sei mesi ora, più o meno, che ho aperto la famosa partita IVA.
Credo sia il momento di fare una sorta di bilancio e, posso dirlo forte, è andata bene. Meglio di quanto mi aspettassi, in verità.
Non sto, ovviamente, parlando di soldi: le tasse per il primo anno e l'anticipo per il secondo penso mi spelleranno viva, ma sto per affrontare i prossimi due mesi con una mole di lavoro inferiore e con una buona dose di leggerezza nel cuore.
Che poi - oh - per mole di lavoro inferiore intendo che starò completamente ferma giusto un paio settimane, come un impiegato medio.... il resto dell'estate si progetta, si va in trasferta, si provano nuovi laboratori e si alimentano le collaborazioni nate da poco.

Sì, perché di questi primi sei mesi sono le reti che ho tessuto ad avermi stupita di più. Sono arrivate inaspettatamente e hanno dato vita a progetti davvero belli, ai quali sono molto felice di lavorare.
Ho mantenuto e implementato quello che già facevo, ho aggiunto nuove attività e nuove persone nelle mie giornate e mi sono messa alla prova come mai prima d'ora.

Sono soddisfatta? Sì.

La mia paura più grande era di ripetere l'esperienza un tantino traumatica della libera professione già sperimentata in passato, invece, questa volta, il fatto di dipendere solo da me stessa per quanto riguarda presenza e impegno è stato determinante.
Certo, con la commercialista (povera donna) ho un filo diretto, tanto che quando ne parlo faccio sempre un lapsus meraviglioso (e assai significativo!): invece di dire commercialista dico, SEMPRE, psicoterapeuta. L'ultima volta giusto un paio d'ore fa.
Bene no?

Quindi, sei mesi di partita IVA e non sono ancora impazzita, non sono ancora completamente povera, non sono ancora priva di energie... quasi.

Nel titolo, però, c'è scritto pure 12 anni senza: questo lungo periodo di tempo si riferisce agli anni trascorsi senza mio padre.
Sabato scorso era l'anniversario della sua morte e io mi sono ritrovata a pensare che non mi manca più del solito, quello no, ma mi manca diversamente.
Mi chiedo spesso come sarei e cosa farei ora se lui non si fosse ammalato: la risposta non mi piace mai.
Ultimamente, invece, mi sto domandando anche cosa penserebbe di questi piccoli grandi traguardi, lui che teneva un foglietto con i voti dei miei esami universitari da mostrare agli amici, senza che io ne fossi a conoscenza.
Mi avrebbe impedito di fare il salto della partita IVA? Probabilmente sì, ma il problema non si sarebbe nemmeno posto perché non penso sarei mai andata a vivere da sola nel centro storico, se lui fosse stato vivo.
Non avrei, quindi, cambiato la mia esistenza così radicalmente, perché nulla è stato tanto sano, importante e determinante per me quanto trasferirmi in quella piccola stanza dietro alla porta rossa sui tetti.

In ogni caso chissà cosa direbbe mio padre del fatto che, per vivere, progetto, organizzo e conduco laboratori di robotica.
Lui, elettronico di super talento, in grado di riparare e assemblare qualsiasi oggetto contenente un circuito al suo interno, che mi vede adesso connettere i cavi coccodrillo a una pila per accendere un led.
Cosa farebbe?
Forse riderebbe.
Forse lo scriverebbe sul suo foglietto, accanto ai voti dell'università.


P.S.
Tornando alla foto, fatta durante l'ultima grossa fatica lavorativa (la Summer School di Scuola di Robotica, gli altri miei scatti li trovate qui), sembra proprio riferita a noi due, uno grande e l'altra piccola, così simili così diversi, così vicini così distanti.

venerdì 7 luglio 2017

Senza modifiche

Non avevo idea del titolo per questo post fino a che non ho caricato la foto quassù.
L'ho sistemata un poco con Lightroom ma quando è stato il momento di tirarla via dal desktop ho preferito quella originale, con un blu talmente intenso da fare male agli occhi. E pazienza se è un po' storta, del resto il golfo ligure non è mica dritto.

Siamo quasi entrati nel week end e una nuova settimana è trascorsa, facendo scendere a due le settimane che mi separano dalle ferie.
Non abbiamo ancora finito di prenotare tutto ma, se le cose non cambiano, dovremmo fare un bel giro nel Verdon e qualche giorno a Marsiglia. Ora non mi resta che attendere fiduciosa le somatizzazioni del caso :-)
Ma, tornando alla fotografia in apertura, si tratta di uno scatto di domenica scorsa quando, complice il vento fresco, abbiamo deciso di fare una piccola gita. Sentiero già battuto più volte, in verità, ma come potete vedere ne vale la pena sempre.
Parcheggiato il motorino a Portofino Vetta abbiamo fatto un salto al Paradiso (dove è stata scattata l'immagine) e siamo andati a mangiare a Semaforo Nuovo. Mezzo pisolino sulla panca di legno e via di ritorno per trascorrere il pomeriggio "sotto al cielo di Camogli" (cit).

Lati positivi della giornata? Tutto il sentiero nei boschi, la farfalla posata sul tronco (e le millemila che ci svolazzavano intorno), il giglio di San Giovanni a bordo strada, i ragazzi silenziosi che finalmente non rovinavano tutto con i soliti schiamazzi sul belvedere, la coppia con il cane nell'area pic nic, pure quella muta e rispettosa dei luoghi come è giusto che sia (si vede che odio chi urla nel bosco, vero?), il levriero afghano con i bigodini (giuro), il parcheggio trovato subito, il gelato per merenda, i pesciolini nel porticciolo e il sushi da asporto la sera.

Note negative, invece, solo una: il delirio di gente in spiaggia. C'era mareggiata, ce lo aspettavamo, ma mai e poi mai avrei immaginato, tentando di stendere l'asciugamano, di sentirmi rispondere che il posto era chiaramente occupato da due persone, in quel momento assenti, che però avevano lasciato l'ombrellone aperto affinché proiettasse l'ombra sulla sabbia segnalando INEQUIVOCABILMENTE la proprietà privata.

Preso. Via. Sciò.

Queste cose mi fanno diventare idrofoba, visto che, fosse per me, le spiagge libere dovrebbero essere, appunto, sempre libere e fruibili: no lettini, no sigarette nella sabbia, no ombrelli enormi che offuscano il sole a trenta persone contemporaneamente, no pallonate nei denti, no musica a tutto volume. C'è una via di mezzo, direte voi, sono d'accordo, rispondo io, ma visto che non sappiamo gestire le nostre azioni e non abbiamo buon senso (vedi prenotare porzioni di spiaggia proiettando ombre cinesi gigantesche sulla sabbia, spegnere le sigarette sui piedi dei vicini, urlare Niccccoooooooooooooola finché Nicola non esce dall'acqua ormai sordo, posizionare lettini sulla schiena altrui, sparare Despacito in loop a tutto volume tanto ormai siamo tutti sordi grazie alla mamma di Nicola, mirare alla nuca della gente seduta ogni volta che si tira un calcio al pallone), io non ho mezze misure e faccio la genovese DOC fino in fondo... odiando tutti.

Detto ciò, spiego il motivo vero del titolo, che non è dovuto solo all'assenza di modifiche della foto che ho scelto, ma si riferisce soprattutto a una cosa: io di questo mio periodo non modificherei nulla.
Forse alleggerirei un po' le spalle dalla tanta stanchezza, fisica e mentale, accumulata negli ultimi mesi ma, per il resto, va benissimo così.
E non è poco.



venerdì 23 giugno 2017

Canto della Pianura


Di solito di libri scrivo solo A Casa di Cindy.


Ormai il Leggermente mi (ci) tiene compagnia da più di due anni e, nonostante negli ultimi tempi io non riesca più a preparare una recensione con scadenza mensile, è un appuntamento a cui non voglio proprio rinunciare.
Soprattutto perché "mi costringe" a leggere e a scrivere, due attività preziose che si alimentano a vicenda e che, almeno d'estate, vorrei mi tenessero compagnia il più possibile.

Quindi, dicevo, di solito le mie opinioni su ciò che leggo le trovate nel blog di Cinzia, questa volta, però, sento l'urgenza di riportarle qui.
Perché? Perché Canto della Pianura di Kent Haruf è un libro speciale, un romanzo che per me segna una nuova partenza, un nuovo modo di rifugiarmi nella lettura.
Me lo ha consigliato (e prestato) mamma, dicendomi che finito questo mi avrebbe portato anche Crepuscolo e Benedizione, gli altri scritti legati a Canto della Pianura, se non altro per ambientazione.

In pochi giorni l'ho divorato, l'ho messo in borsa e l'ho letto veramente ovunque, in ogni momento libero: al mare, sul treno, in metro, sul divano, in piazza, su una panchina, sul terrazzo, in piscina e persino al cimitero (un piccolo camposanto di periferia mentre aspettavo di entrare al lavoro poco distante).

Di questo libro mi hanno colpito la scrittura e la completa assenza di morale: io, per lo meno, non ho trovato nessuno giudizio.
Nella quarta di copertina si legge "vite insignificanti ma indispensabili, per la più semplice delle ragioni: per la voce stupenda, quieta e luminosa, con cui Haruf ci racconta della sua Holt, di questa piccola città dove ci sembra di vivere da sempre e che mai vorremo lasciare".
Ed è proprio così: in fondo nessuno dei protagonisti ha un ruolo fondamentale, ma, nello stesso tempo, senza la sua presenza il romanzo non sarebbe lo stesso.

Per me che sono cresciuta in un piccolo piccolissimo paese la questione è chiara e limpida, perché anche dove ho vissuto io fino a che sono rimasta a casa dei miei ognuno aveva il suo spazio, le sue caratteristiche, i suoi modi, il suo peso. L'allevatore, il contadino, il ferroviere, la maestra, il giornalista, la professoressa, l'infermiere, la sarta, l'ingegnere, il veterinario... ognuno giocava una parte, recitava le battute del copione segnate con la prima lettera del suo nome e nulla sarebbe potuto essere altrimenti.
Ogni volta che qualche vicino dei miei andava via dal paese veniva a mancare un pezzo del puzzle e l'equilibrio della comunità doveva essere ripristinato; niente di insuperabile o di particolarmente drammatico, proprio come Haruf racconta nel Canto della Pianura.
Cose che succedono, che si superano, che si cerca di gestire: a volte ci si passa attraverso senza parlarne con nessuno, oppure si fa una telefonata per chiedere un consiglio, a volte ci si sfoga per ore davanti a qualcosa di forte oppure si sceglie di nascondere tutto sotto il tappeto, sperando di dimenticare in fretta.

Nel libro di cui scrivo oggi c'è il quotidiano, senza grandi colpi di scena ma con passaggi scritti in maniera meravigliosa, con quello stile che fa bene al cuore da quanto è perfetto. C'è una descrizione del vapore che esce dalle narici di un cavallo nel freddo dell'inverno che penso di aver riletto tre volte, da tanto mi è parsa completa. Ecco, Canto della Pianura credo sia un libro completo, che non eccede perché non ce n'è bisogno, ma scordatevi di pensare che per queste ragioni si tratti di un insieme di pagine fredde e poco coinvolgenti: io ci ho trovato un enorme carico di amore.

Quindi, detto questo, mi avventuro in Crepuscolo, il secondo volume della trilogia, più fiduciosa che mai e impaziente di incontrare di nuovo i fratelli McPherson.
Colonna sonora, che non fa mai male.

venerdì 16 giugno 2017

Punti fermi


La mia casa è un casino.

Si vede bene dalla foto quassù e si vede bene aprendo la porta sgangherata dell'ingresso. Il motivo principale è il lavoro la pigrizia e per questa ragione vorrei riprendere un momentino in mano la situazione. Perché non è solo la casa ad essere un casino, pure la mia persona lo è e anche le serate, le spese al supermercato, le cene e le colazioni lo sono.

Ho completamente perso i contatti con me stessa.
Ne soffro? No, o forse un po', non l'ho ancora capito.
Perché mentre tutto quello che mi circonda è un casino la questione lavorativa è incredibilmente sotto controllo. Ora che l'ho scritto, sicuramente, andrà tutto a rotoli, ma fino ad allora posso dire che le cose marciano bene, come ingranaggi ben oliati.

Come ho fatto? Lavorando. Tanto e in maniera poco pensata all'inizio, tanto e in maniera ragionata adesso.

Temevo di non riuscire a diversificare le fatture e ora mi ritrovo con committenti tutti differenti, credevo di faticare a programmare collaborazioni per l'autunno e invece stanno succedendo cose inaspettate che è ancora presto per parlarne ma è il momento giusto per coltivarle.
A proposito di coltivare ecco che arrivo al centro del mio post: ho l'esigenza di riprendere le fila della mia vita extralavorativa e per farlo ho deciso di scegliere dei punti fermi da posizionare strategicamente durante le giornate estive.
Ieri ho fatto l'ultimo corso a scuola e posso dichiararmi libera fino a settembre (summer school, piccoli lab e trasferte a parte), quindi è il momento giusto per rivedere le mie tempistiche.
Vi dico cosa ho pensato di fare per me nei prossimi mesi raccontandovi in che modo sono arrivata alla conclusione che avevo bisogno di spazio:

1. Come ho scritto all'inizio non mi ritrovo più in casa mia: troppi materiali che mi riportano costantemente al lavoro, con la testa e di conseguenza con i pensieri. Devo riorganizzare la dispensa, devo rendere il piccolo appartamento in cui vivo un appartamento vero e non un deposito di scotch, forbici, scovolini, cartone, pennarelli, colla, carta, nastri... .

2. Negli ultimi sei mesi i contatti con la gente sono stati pochi e per gente intendo amici e nuove persone con cui condividere il cammino su questa terra (che detto così suona un tantino solenne ma è quello che penso). Me ne sono accorta in Sardegna dove ho fatto il pieno di empatia, me ne sono accorta alla Fiera della Maddalena immersa in un quartiere in festa e seduta a cena insieme a decine di persone mai viste prima e me ne sono accorta ieri sull'autobus dove la ragazza di fronte a me ha cominciato a piangere, prima sommessamente, poi disperatamente. Ascoltava qualcosa con le cuffie, era discreta e sola nel suo dolore e io, dopo un po', non ce l'ho fatta più, le ho posato una mano sul ginocchio e le ho chiesto "Posso aiutarti?". Ho pensato a lungo a cosa fare, genovese fino al midollo temevo di darle fastidio. Lei mi ha risposto "Grazie, no" e mi ha detto grazie pure quando è scesa, così io ho iniziato a piangere al posto suo appena si sono chiuse le porte del bus.

3. Non ho idea di dove siano sepolti i nonni paterni. Non ho nemmeno idea di dove siano e come stiano mia zia e mia cugina, dal funerale di papà non ho più saputo nulla di loro. Sono trascorsi quasi dodici anni.
Quando è morto mio nonno andammo alla sepoltura, quando morì mia nonna, invece, io ero in Germania e i miei me lo dissero solo al rientro. Quindi, ricapitolando, sono (quasi) morti tutti ma la maggior parte di loro non so dove sia. Negli ultimi mesi ho lavorato in un posto vicino al cimitero che credo essere il camposanto dove si trovano i miei nonni. Questa settimana sono andata a cercarli: due ore sotto al sole, con i sandali nuovi ai piedi e una maglietta talmente bagnata di sudore che ho dovuto cambiarmela nascosta dietro a una lapide. Sorvolando su questa scena tipicamente in linea con il mio stile a tratti un tantino bizzarro, sono dell'idea che la prossima volta che tornerò in quel posto riproverò a cercarli... magari l'enorme airone all'ingresso ci sarà di nuovo. Morale della favola: tra le cose che sto provando a recuperare c'è il contatto con le mie radici, che, per anni super coltivato, ora langue da troppo tempo.

4. I mini balconi sull'Albero dove vivo sono verdissimi, ho piantato semi, lasciato crescere fiori che non ho regalato, tentato di salvare edere ricoperte di afidi con il metodo dell'aglio: infilare nel terreno uno spicchio che con il suo odore scacci gli insetti. Risultato? Gli afidi brulicano, le edere faticano, l'aglio è germogliato e cresce vigoroso nei vasetti. Visto che di piante non ce ne sono mai abbastanza ho deciso di adottare un piccolo orto! La prossima settimana andrò a vederlo e non sto nella pelle. Non so ancora cosa pianterò, certamente dei fiori come i tageti, le calendule e i nasturzi. Poi credo qualche verdura e magari anche delle aromatiche... vedremo!

5. Come scrivevo all'inizio, ho perso il controllo della mia casa ma anche della mia persona. I capelli vivono di vita propria, una vita spericolata (cit.) oserei dire. La palestra è un lontano ricordo: gli orari di lavoro erano inconciliabili con quelli del pilates. Il colorito, rinvigorito in Sardegna, sta tornando cadaverico. Che fare? Ho comprato un paio di nuove scarpe da running (delle altre sono riuscita a vulcanizzare la suola, tra iper utilizzo e iper abbandono), ho svecchiato il parco creme solari dalla protezione 30 alla 15 passando per la 25 e ho fatto una tesserina da 10 ingressi per la piscina del Porto Antico. In questo modo spero di recuperare coscienza di me al più presto.

6. Ho ripreso in mano la questione lettura, dopo interminabili serate al pc concluse a letto stecchita forse adesso riesco a ricominciare a leggere. Mi manca moltissimo, soprattutto mi manca non avere la testa per farlo. Credevo che non mi sarebbe mai successo, e invece...
Per adesso ho infilato nello zaino Canto della pianura di Haruf, vedremo se mi piacerà e se sarò in grado di ritagliarmi effettivamente del tempo per lui.

Direi che è tutto, mi sarebbe piaciuto scrivere anche un poco di ciò che accade nel mondo e inevitabilmente modifica il mio modo di percepire la vita, ma non ne ho voglia, è troppo complicato. Di sicuro, tutto questa incapacità di gestione dei social network, ridotti a un catino in cui riversare vomitate di insulti e/o bufale e/o cattiverie e/o complotti e/o gattini mi sta diventando alquanto stretta. Se solo imparassimo a sfruttare Facebook per mantenere contatti, crescere lavorativamente, scoprire e, perché no, condividere cose lontane da noi sarebbe tutto più semplice e più bello. Ne sono sicura.

martedì 6 giugno 2017

Amore e mirto


Ok, sono tornata, facciamocene una ragione.


Come avevo scritto qui nell'ultimo post, la settimana scorsa ero in procinto di partire per la Sardegna. Meta in cui non ero mai stata, viaggio via mare, motivazione principale il matrimonio di Anna e Ambro.

Ora mi rendo conto che non so da che parte cominciare a raccontare tutto quanto: sono qui che carico le foto su Facebook e ho il groppo in gola, con la mente mi sento ancora laggiù e con il corpo sto già somatizzando alla grande il rientro. Nulla che non mi aspettassi, per carità, ma non credevo che avrei scoperto così chiaramente la causa della mia gastrite, quasi che potrei annullare la visita dal medico della prossima settimana.

Dunque, penso che tutto sommato il sistema del diario potrebbe funzionare, durante il soggiorno sardo ho pubblicato tre immagini al giorno sul profilo Facebook del blog e questo mi ha aiutato a tenere il filo del viaggio, quindi credo adotterò lo stesso sistema anche qui. Mettetevi comodi che sarà lunga.


Giorno 1 - Partenza / Alghero / Bosa / Cabras

Siamo saliti a bordo del traghetto con tutto l'anticipo possibile: meglio così, abbiamo avuto tempo per renderci conto che dormire nell'area poltrone ci avrebbe garantito di fare questa fine e per cercare dunque una soluzione alternativa (leggi: accatastare materassoni dell'area bimbi contro il muro e rannicchiarci lì, nulla in confronto al genio del coreano che si è sdraiato direttamente nella vasca delle palline).
Arrivati a Porto Torres siamo subito scesi ad Alghero: mare bellissimo, fiori e ruote di biciclette rosa appesi ovunque in onore del Giro d'Italia, vicoli tenuti benissimo e gattini dappertutto... insomma, una scoperta. Da qui abbiamo raggiunto Bosa, la città arcobaleno. Lì ho desiderato un sacco avere una maglietta per ogni colore che incontravo tra le stradine in salita, poi ho desiderato un sacco un piatto di spaghetti ai frutti di mare e di gamberoni alla malvasia. Il primo desiderio non ho potuto esaudirlo (sull'insensatezza della mia valigia stendiamo un velo pietoso), il secondo desiderio, invece, me lo sogno ancora di notte da tanto era buono, Ichnusa ghiacciata compresa. Da Bosa ci siamo rimessi in marcia e, percorrendo la litoranea (una strada sul mare inondata di mirti, ginestre e euforbie arboree meravigliose) siamo arrivati a Cabras, dove abbiamo alloggiato per il resto della vacanza e dove si trovavano i nostri amici. Non paghi di aver dormito tre ore su un pouf e di aver visitato già due località abbiamo fatto una sosta mini in Bed & Breakfast e ci siamo catapultati a Is Arutas, la spiaggia di quarzo dove si sarebbe svolto da lì a qualche giorno il matrimonio. Io, un posto così non me lo scordo mai più. Bagno, mille foto ai cardi in fiore e alle passerelle di legno bianco e la sera, stremati, siamo solo riusciti a mangiare un boccone e a buttarci a letto.



Giorno 2 - San Giovanni di Sinis / Tharros / Villaggio di San Salvatore
Ci siamo svegliati presto e siamo scesi a fare la colazione di Rosalba e Luigi. Credo sia il momento, infatti, di parlarvi di questi ragazzi e del modo meraviglioso con cui gestiscono il Torremana B&B, insieme alla loro bimba e alla gattina Rubbia. La colazione, dolce e salata (frutta dell'orto compresa) è uno spettacolo, così come la veranda in cui viene servita. Se a pranzo avete intenzione di restare in giro Luigi vi farà un pacchettino con ciò che rimane del buffet e se nei vostri piani c'è stare al mare il più possibile Rosalba vi presterà i teli da spiaggia. Inutile dire che potrete chiedere informazioni e consigli, loro saranno ben felici di aiutarvi. Terminata la colazione siamo andati a San Giovanni di Sinis, dove abbiamo fatto il bagno immersi nel sole e nel vento e dove abbiamo passeggiato fino al Faro di Capo San Marco, costeggiando l'area archeologica di Tharros a picco sull'acqua; in un piccolo casotto nella distesa di mirto ho scattato la foto che ho selezionato per iniziare questo post (il motivo della mia scelta ve lo dico dopo). Dopo pranzo ci siamo spostati a Mari Ermi, dove abbiamo finalmente incontrato i nostri amici quasi sposi e un bel gruppo di altri invitati, con loro abbiamo visitato sulla via del ritorno il paesino abbandonato di San Salvatore, aperto solo in occasione di una grande festa tradizionale (e, evidentemente, dell'ultimo video dei Placebo). A cena non ci siamo risparmiati e siamo andati alla ricerca di un buon ristorante di pesce dove fare il pieno di frittura.


Giorno 3 - Complesso archeologico di Santa Cristina / Oristano
L'unico giorno di tempo incerto lo abbiamo trascorso tra le rovine del parco archeologico di Santa Cristina, alla scoperta del pozzo e degli alberi di ulivo più belli che io abbia mai visto. Poi spesa ad Oristano, un po' per recuperare prodotti tipici da riportare sulla penisola un po' per ovviare alla mia incapacità di mettere cose sensate in valigia. Il pomeriggio abbiamo vagato senza meta, scattando foto ai covoni di fieno e cercando inutilmente di adocchiare i fenicotteri dello stagno di Cabras. Serata pizza (buonissima) con mille persone in attesa del grande giorno!



Giorno 4 - Ora siamo tutti parenti

Del matrimonio non parlerò, perché credo che debba rimanere una cosa privata, posso solo dire però che ho pianto un sacco, mangiato come mai nella vita, bevuto tanto e bene, ballato e amato tutto quello che mi sono trovata davanti, zanzare comprese. Di questa giornata splendida voglio ricordare qui la mattina all'alba, quando in pigiama sono andata alla ricerca dei fiori selvatici per il bouquet della sposa: il momento in cui con il bagagliaio dell'auto aperto, pieno di ombrellifere, girasoli spontanei, rami di mirto ed eucalipto, timo, margherite, cardi e decine di altre piante io e Francesca, un'amica della sposa, abbiamo dato forma al mazzo resta uno degli istanti più assurdi e magici che abbia mai vissuto. Senza contare Andrea che torna vittorioso con i capelli pieni di cimici e un enorme infiorescenza di finocchio in mano.
Il significato del titolo di questa giornata racchiude quello che è stata, davvero.

Giorno 5 - Stintino La Pelosa / Partenza
Dopo la colazione, sempre fantastica, in compagnia di alcuni invitati al matrimonio e dei gestori del Torremana siamo partiti (e qui mi sono commossa appena fuori l'uscio, ma chi mi conosce sa che è tutto perfettamente normale). Abbiamo deciso di avvicinarci il più possibile a Porto Torres e ci è sembrato che andare a Stintino e fare il bagno a La Pelosa fosse la scelta più furba: PEEEEEEEEEE (da leggersi come il rumore che fa il pulsante della risposta sbagliata durante i quizzoni TV). Intendiamoci, la spiaggia e l'acqua che abbiamo visto lì probabilmente non li ritroveremo mai più, ma nelle nostre considerazioni non avevamo tenuto conto della quantità di gente che poteva esserci in un posto simile in una giornata di festa. Impossibile godersi la sabbia, impossibile fare pipì (oppure possibilissimo, a patto di essere disposti a pucciare mezza gamba della tuta in un laghetto di liquami non ben definito), impossibile mangiare un panino con meno di ventimila euro. Però quell'azzurro lì e i cespugli di elicriso incontrati sul sentiero verso il parcheggio valevano il delirio, questo è certo.
Ci siamo imbarcati di nuovo in anticipo, abbiamo colonizzato subito il nostro angoletto di moquette dove a sto giro faceva più freddo che altrove ma ormai ci eravamo affezionati ai materassoni arancioni, ci siamo goduti un tramonto bellissimo e abbiamo aspettato di svegliarci a Genova, che, si sa, si vede solo dal mare.




P.S. Il motivo per cui ho scelto il faro di Capo San Marco come foto principale risiede semplicemente nel fatto che vorrei continuare a trarre beneficio da questo viaggio, anche a distanza di giorni, possibilmente di settimane. Vorrei riuscire a pensare al faro anche metaforicamente: se mangiando e bevendo qualunque cosa, lieviti fritti vino e superalcolici (compreso un intero pranzo di nozze) non ho avuto mal di stomaco un motivo ci sarà, no? Secondo me la mia è una malattia che si chiama libera professione. :-)






venerdì 26 maggio 2017

Di questi tempi

Di questi tempi sono successe un po' di cose, ne stanno per succedere altre e tutte quante, quelle passate e quelle future, riempiono le mie giornate così tanto da non trovare quasi più il tempo per nient'altro.

1. Di questi tempi ho fatto una lunga gita: sono passate diverse settimane, in realtà, ma ho deciso di includere nell'elenco il week end trascorso in Agririfugio perché si trattava di un addio al nubilato strettamente legato al prossimo punto. Ci sono stati i brindisi all'inizio del sentiero, la limonata davanti al Mediterraneo, la cena stra meritata, la passeggiata in notturna fino al mare (al ritmo di Maledetta Primavera), i baffi fluorescenti, la doccia fredda, la sveglia presto (come sempre... riuscirò mai a dormire fino a tardi almeno quando posso?), il cinghialone, la mattina in spiaggia, il battello, la pipì addosso (e su questo soprassiederei), il rientro a casa con tappa vino rosso a metà salita.

2. Di questi tempi sto per partire: andrò in vacanza qualche giorno cogliendo l'occasione di un matrimonio in terra sarda (si veda l'addio al nubilato al punto uno) e davvero non sto più nella pelle. Non vado via più di due o tre giorni da quasi dieci anni e non mi sembra ancora possibile. E poi, in Sardegna, non ci sono neppure mai stata! Ho già fatto amicizia con la signora che gestisce il B&B, ho comprato tanti di quei rimedi contro il mal di mare che potrei raggiungere New York su un gozzo in inverno, ho fatto scorta di creme solari, ho tirato fuori il cappello di paglia e ho scelto i libri da leggere. Ora devo solo farmi passare l'agitazione.

3. Di questi tempi ho cominciato a chiudere i percorsi scolastici che ho seguito negli ultimi mesi: sono stati faticosi, ma mi hanno regalato moltissime soddisfazioni! C'è stata la scuola privata dove ho lavorato la mattina, ci sono stati i sette corsi pomeridiani per bambini con età ed esigenze diverse, ci sono stati i week end di laboratori durante manifestazioni piene di gente e le serate a recuperare materiali, sistemare foto, aggiornare il blog del lavoro.

4. Di questi tempi sto gettando le basi per il prossimo anno: telefonate inaspettate che fanno emozionare, progetti di divulgazione scientifica inviati alle scuole, riunioni per nuovi percorsi con nuovi istituti, attività preparate ora che inizieranno dopo... un obiettivo fissato all'inizio dell'avventura partita IVA che sono davvero felice di aver raggiunto.

5. Di questi tempi abbiamo operato Agata, la mia gattina bianca: come tutti i felini con il pelo chiaro sono anni che viene controllata per il rischio di sviluppare un tumore sulle zone più esposte. Nel suo caso si tratta delle orecchie perché fortunatamente il naso è un cuoricino nero fuori pericolo. Dopo mesi e mesi di creme solari una piccola lesione è alla fine spuntata e così, di spuntato, ora Agata ha anche l'orecchio sinistro. Siamo state in pena, ma è grintosa e a parte un rifiuto iniziale del collare Elisabetta (per cui bere e mangiare erano due attività fuori discussione) sembra essere andato tutto per il meglio.

6. Di questi tempi ho ben chiaro in mente cosa voglio fare nei mesi estivi: oltre a portare avanti le attività già programmate, mi concentrerò sullo sviluppo di nuovi laboratori. Ho già cominciato a riempire un quaderno di idee, non mi resta che avere tempo e andare alla ricerca dei materiali più adatti per fare le prove. Nei momenti liberi: piscina. Nei week end: mare. E tutte le volte che potrò: gite, libri, concerti. Ad Agosto, forse, di nuovo ferie (incredibile).

7. Di questi tempi ho mollato la palestra dove seguivo il mio corso di pilates due o tre volte a settimana. Sono molto dispiaciuta ma davvero non sono riuscita a far conciliare lavoro e sport: tornavo spesso da scuola dopo le sei e correre a sdraiarmi sul tappetino alle 18.30 mi è sembrato troppe volte una tortura cinese. Per non parlare di tutte le occasioni in cui alle 18.30 ero ancora sull'autobus o in riunione.

8. Di questi tempi ho sistemato i miei balconcini. Lobelia, Nuova Guinea, lavanda, mille semini che sono già spuntati... non potendo ritagliare del tempo solo per me sono almeno riuscita a dedicarmi a qualcosa che amo tantissimo: le piante.

9. Di questi tempi forse riusciamo a recuperare tutto ciò che abbiamo posticipato ultimamente: la cena al ristorante indiano, le mostre a Palazzo Ducale, la gita al paesino abbandonato o quella nel Ponente dove non andiamo mai e che a me manca moltissimo.

10. Di questi tempi mi sono colorata i capelli, ho comprato due soprabiti, ho accompagnato mamma a fare shopping, mi sono alzata un sacco di volte all'alba per fare il prelievo del sangue (perché l'ultima zecca pare abbia tentato di lasciarmi un ricordino), ho venduto i vestiti che non indosso più al mercatino di quartiere, ho sistemato i piedi dal podologo e ho ricominciato subito a camminare sempre scalza vanificando tutto, ho fatto il cambio degli armadi, ho pianto tanto da stapparmi un condotto lacrimale otturato, ho acquistato una trapunta per il letto bellissima e ho amato ogni singolo giorno che ho vissuto. Anche quello più brutto.


domenica 14 maggio 2017

Mamma

Non sono brava a scrivere per delle occasioni speciali, non sono nemmeno brava a leggerle le cose scritte per le occasioni speciali.

Vivo accanto a tante persone, una in particolare, che la mamma non l'hanno più. Io, del resto, non ho più mio padre da molti anni ormai e ad ogni festa del papà, per quanto sia cinica e nonostante questa ricorrenza non l'abbia festeggiata mai, nemmeno da bambina, sussulto sempre un po' davanti a baffi finti, cravatte impacchettate e vignette sui padri gelosi delle figlie.
Oggi, tutte le volte che apro Facebook trovo post di auguri, post nostalgici che pensano a chi non c'è più, post di neo mamme che festeggiano, post che incoraggiano le donne che madri non riescono ad esserlo, post che si scusano per i comportamenti irrispettosi dell'adolescenza, post che si incazzano contro tutti i post che ho appena elencato.

Io, in questa domenica di recupero dopo settimane di lavoro ed evitabili (evidentemente non per me) preoccupazioni, ho deciso di provare a scrivere qualcosa su di lei, mia mamma. Perché proprio ora? Perché non cinque anni fa? Non lo so, ma credo, in fondo, di riuscire a intuirlo.
La fine del duemilasedici e l'inizio del duemiladiciassette non sono stati lievi per la signora che vedete nella foto quassù (datata 1984, se non sbaglio): tanto dolore fisico, tanta pazienza, tanta rassegnazione. Io, come figlia, ho provato a fare molto e ho potuto fare poco. Nessuna delle due era pronta ad affrontare questa situazione, perché da sempre ci siamo occupate, insieme, degli altri componenti della famiglia e quando le cose non giravano giuste per me lei era lì pronta a darmi una mano... il contrario non è quasi mai capitato.

Quando ero bambina avevamo un buon rapporto, trascorrevamo un sacco di tempo nei posti che entrambe amavamo frequentare (la montagna, le mostre, i cinema...) e tutto quello che so credo di averlo imparato da lei, che mi ha sempre insegnato molte cose e permesso di andare a conoscere da sola quello che non poteva o sapeva insegnarmi. Non ho mai avuto limiti dal punto di vista culturale: concerti, musei, corsi, libri, film... dove non andavo con lei andavo grazie a lei, che mi prestava i soldi, che intercedeva con mio padre, che chiudeva un occhio (a volte pure due), che mi incoraggiava davanti ai mille dubbi di ragazzina fifona.

Durante l'adolescenza le cose sono inevitabilmente cambiate: io ho iniziato a frequentare persone per lei incomprensibili e a fare scelte così assurde che la donna che mi aveva vista curiosa e piena di vita fino a pochi mesi prima proprio non poteva comprendere. Beh, anche in questo caso non mi ha ostacolata: ha lasciato che rovinassi i miei anni migliori senza allontanarsi da me e senza impedire che sbattessi la faccia sugli errori. Non è mai stata mia amica (ricordo perfettamente il momento in cui le chiesi di esserlo e lei rifiutò categorica) e per questo la ringrazierò in eterno, perché soprattutto ora che lavoro con i bambini ogni giorno (e lei da brava insegnante ben lo sapeva) non faccio che incontrare situazioni difficili alimentate proprio dalle amicizie genitori-figli. Credo sia la persona a cui racconto più cose di me (nonostante per molto tempo da questo punto di vista l'abbia protetta) e, malgrado mi confidi con lei ogni volta che posso, non la reputo affatto un'amica: è "semplicemente" mia madre.

Temo ancora di deluderla, vorrei tanto vederla serena da sola o in compagnia, spero ogni giorno di ritrovarla ulteriormente migliorata nella sua riabilitazione e mi auguro con tutto il cuore che non si debba mai sentire abbandonata da me, come credo che invece si senta spesso. Abitiamo relativamente vicine, ma i miei tempi sono cambiati: lavoro nel weekend, faccio mille cose e non riesco più a trascorrere intere giornate a casa sua. Mi dispiaccio, mi sento una persona orribile, ma poi penso a quanto negli ultimi dieci anni il nostro rapporto si sia rafforzato e mi tranquillizzo subito. Dodici estati fa mio padre moriva e noi ci legavamo indissolubilmente in una lotta silenziosa contro tutto ciò che ci sembrava ingiusto, contrario o lontano dagli insegnamenti che lui ci aveva lasciato. Combattiamo ogni giorno contro l'incoerenza, la prepotenza e l'arrivismo non accorgendoci quasi mai che lo facciamo per lui, per rimanere in contatto con l'integrità in cui abbiamo vissuto finché papà ha abitato insieme a noi. Era un uomo complicatissimo, senza dubbio, ma era puro, proprio come sappiamo essere noi davanti alle piccole grandi scelte.

Per questo oggi volevo scrivere di lei, perché è vero, assomiglio sempre di più a mio padre, ma spero comunque di conservare quello sguardo curioso sul mondo che mi ha insegnato mamma, indicandomi ogni volta dove guardare.





martedì 9 maggio 2017

Cotonfioc Festival: cosa ho comprato?

La Primavera stenta ad arrivare e con essa anche i week end interamente dedicati alle gite.
Poco male, però, se in città c'è il Cotonfioc Festival!


Come ho già ampiamente dimostrato quaggiù io ho una vera e propria adorazione per i mercati handmade, specie se eterogenei, specie se a esporre sono mini realtà indipendenti con un sacco di cose interessanti da dire.

Quindi, domenica scorsa, appena ci siamo resi conto di essere stanchissimi e di non aver voglia di camminare con il rischio imminente di un acquazzone, abbiamo deciso di mangiare un bel piatto di trofie integrali con il pesto, di cucinare la torta di asparagi da portare al lavoro in settimana e di uscire alla scoperta di questo festival di editoria (ma non solo!) allestito in un posto magico e pienissimo di fascino, almeno per me che non c'ero mai stata: l'ex mercato ortofrutticolo di Corso Sardegna.

Ci siamo arrivati a piedi (fermi proprio non riusciamo a stare) e abbiamo cominciato a girare tra i banchi con gli occhi a cuore (parlo per me, ovviamente, sono io quella che perde ogni forma di controllo in questi casi). Come al solito ho adottato la strategia del doppio giro: il primo di ricognizione, il secondo per riempire la mia borsa di stoffa con mille acquisti.

A onor del vero siamo partiti con degli obiettivi sicuri: a giugno andremo a due matrimoni e ci servivano un papillon e degli orecchini da indossare in quelle occasioni. Per il primo non c'erano dubbi, mentre per i secondi avevo già qualche idea ma volevo "toccare con mano"!
Avevo letto, sulla pagina Facebook dell'evento, che avrei trovato tra gli espositori anche Bouquet Transportable e non vedevo l'ora di guardare da vicino i bellissimi gioielli di Silvia, prodotti in collaborazione con Laboratorio Indie.
Ho impiegato una vita per decidere ma alla fine ce l'ho fatta e per il matrimonio numero due, quello in cui probabilmente indosserò un paio di pantaloni color ruggine, ho scelto una coppia di foglioline in bronzo e rame che sembrano fatte apposta per me e per l'occasione (vedi foto quassù).
Alle nozze in Sardegna, invece, credo che metterò un vestito di seta coloratissima e cercavo un paio di orecchini che lo fossero altrettanto e che rispettassero lo stile dell'abito (vintage, recuperato anche lui in un mercatino) e della festa, organizzata sulla spiaggia.
La soluzione che ho trovato mi è sembrata perfetta: i due bottoni di legno a righe viola e gialle sono realizzati da Skate'n'Love lavorando vecchie tavole da skateboard, non vedo l'ora sia il momento di indossarli (pure questi li vedete nella foto del post)!

Naturalmente, una volta portata a termine la missione acquisti ragionati mi sono dedicata alla mia attività preferita: comprare a caso.
In realtà non c'è mai nulla di casuale in quello che scelgo, di norma a decidere è prima il cuore poi il portafoglio e questa volta ho fatto scivolare nella mia borsa a fiori un calendario speciale di StudiOrtica, una stampa di LinEEtte in cui ci sono proprio io e una cartolina di Valeria Cardetti che voglio regalare a mia mamma.

Quindi, come direbbero le vere influencer, questo è stato una specie di post haul, io che dell'influenza ho solo i sintomi invece vi dico che questo è il post dove ho scritto cosa ho comprato al Cotonfioc Festival. Cosa ve ne frega? Non lo so, ma visto che ho sottolineato più volte la necessità di scegliere acquisti sostenibili e supportare il più possibile il fatto a mano, magari italiano, ho pensato fosse corretto e coerente mostrarvi ogni tanto come mi muovo nel magico mondo dell'handmade.
Olè!


lunedì 1 maggio 2017

Who made my clothes?

Che avrei scritto questo post lo avevo mezzo annunciato la settimana scorsa.
Ci ho riflettuto su ancora un poco e mi sono decisa: ho pensato che, nonostante la grande quantità di condivisioni più o meno autorevoli sul tema, valeva la pena di dire pure la mia e non perché abbia un punto di vista originale, tanto meno indispensabile, ma perché scrivere della Fashion Revolution serve innanzi tutto a me, per mettere in ordine le cose che ho in mente.

Quindi ecco il post sulla settimana della moda sostenibile, finita giusto ieri, mentre mangiavo prodotti a km zero in un agririfugio super green, raggiunto prendendo prima il treno e poi camminando a piedi. Cosa c'entra? C'entra eccome e ora ve lo dimostro.

Inizio con i link utili per capire un pochino di più che cosa si intenda per Fashion Revolution Week:
- Sito ufficiale del progetto (o forse dovrei scrivere del movimento, perché di questo in fondo si tratta).
- Video di Carotilla (se non sapete chi sia fatevi un giro sul suo canale, è piacevole, spesso regala buoni consigli se si ha intenzione di fare un viaggio a New York e in tante occasioni ha parlato del tema moda sostenibile).
- Video di The Bluebird Kitchen (blogger che si occupa principalmente di cibo, ma non solo: questo e altri video lo dimostrano bene. Date un'occhiata anche al suo bellissimo sito).
- Pagina di Marina Spadafora, una delle più grandi esponenti italiane (forse la più grande?) del mondo della moda etica, tanto da essere art director di Auteurs du Monde.
- Sito del documentario che mi ha aperto (ulteriormente) gli occhi su questo tema. In effetti, a onor del vero, ho visto The True Cost quando già camminavo sul sentiero della sostenibilità nel campo dell'abbigliamento: stavo cercando di informarmi meglio e questo film mi ha dato una sberla a cento chilometri all'ora (lo trovate anche su Netflix).

Ci sarebbero altri mille link utili che si occupano attivamente di moda etica, di negozi in cui comprare, di realtà piccole e medie che vale la pena sostenere. Non credo però di essere abbastanza preparata per dare consigli, appena l'anno scorso condividevo questo mio post, di strada nuova ne ho fatta tanta, ma credo di poterne e doverne fare ancora moltissima.

A proposito, quali sono le mie azioni quotidiane (o quasi) per sostenere la causa della Fashion Revolution? Concludo con una sorta di tavola dei comandamenti che non ha davvero nulla di straordinario e che leggerete quasi uguale in qualsiasi altro posto cercherete informazioni su come intraprendere la via della consapevolezza nell'ambito della moda sostenibile. Io, quello che posso dirvi dal profondo del cuore è che mi sento infinitamente meglio da quando ho iniziato questo percorso e davvero non credo tornerò indietro facilmente.

Mangio sano e faccio attenzione a quello che metto nel piatto (per salvaguardare la mia salute e quella del mondo in cui vivo), cammino nella natura ogni volta che posso, perché mai dovrei finanziare, comprando una semplice maglietta estiva, chi non presta ascolto ai diritti delle persone e dell'ambiente?
Ecco il mio decalogo:

1. Compro meno (e per meno intendo MOLTO meno)
2. Compro solo dopo aver controllato in tutti i posti a me accessibili (mail al customer care compresa) la provenienza dei capi e le informazioni sulla loro produzione. Se un brand è sostenibile state pur certi che lo scriverà ovunque potrà. Per contro può succedere che certe marche si dichiarino etiche e poi non lo siano granché: in questi casi fatevi aiutare dal prezzo. Se qualcosa costa poco, molto probabilmente ci sta rimettendo qualcuno (leggi l'operaio che produce il vestito e l'ambiente che paga costi altissimi).
3. Scelgo il più possibile prodotti Altromercato, perché sono certificati in maniera chiara e sicura, anche per quanto riguarda, per esempio, la lavorazione, le stoffe e le materie prime. Quando i capi di che trovo nelle Botteghe Solidali non incontrano il mio gusto cerco negozi di cui mi fido, dove so di poter chiedere informazioni su quello che sto acquistando, oppure mi rivolgo direttamente al magico mondo del vintage, che mi regala sempre grandissime soddisfazioni.
4. Non entro più nei mega store di fast fashion. Non è stato difficile come pensavo, anzi, nemmeno all'inizio.
5. Organizzo scambi di vestiti con le amiche e, ogni tanto, mercatini dove posso contemporaneamente vendere ciò che non indosso e trovare quello che cerco sul banchetto di qualcun altro.
6. Se un vestito che ho nell'armadio non mi piace più ma è ancora in buono stato provo a modificarlo, di solito con l'aiuto di mamma, per renderlo di nuovo di mio gusto.
7. Quando compro cerco di acquistare con la testa e non con la pancia, per due ragioni: perché molto probabilmente sto spendendo più di quanto di solito investivo in un unico capo di abbigliamento e perché quello che compro voglio che mi duri parecchio. Per questa ragione, di solito, evito lo shopping compulsivo e scelgo colori e/o fantasie facilmente abbinabili.
8. Stabilisco dei punti fermi: i jeans di Par.co, per esempio, perché so che mi stanno bene e, nell'attesa di trovare qualche altro brand di denim con prezzi così buoni, sono il mio porto sicuro.
9. Mi affido all'handmade ogni volta che posso. Ho la fortuna di avere moltissime maglie di lana filate da mia mamma, non porto camicie, la questione jeans è risolta (vedi punto 8), abitini e cappotti li scelgo rigorosamente vintage, perciò per quanto riguarda magliette e t-shirt mi butto sul fatto a mano. Anche in questo caso so dove rivolgermi.
10. Sono indulgente con me stessa. Non mi riesce facile, tutt'altro, chi mi conosce sa che ogni occasione è buona per autogiudicarmi. Però ci sono ancora capi che non riesco a comprare in maniera completamente sostenibile: abbigliamento tecnico, scarpe e intimo sopra a tutti. Per quanto riguarda il primo caso quando posso scelgo Patagonia, ma le magliette usa e getta per camminare e/o correre non posso proprio permettermele. Idem per le scarpe: cerco il fatto a mano o il prodotto etico ma non sempre lo acquisto, a volte perché è troppo costoso, a volte perché semplicemente non c'è. L'intimo è, infine, l'ultimo tasto dolente: non trovo nulla che non sia o Amish o costosissimo e, per ora, non sono disposta né a farmi suora né a rubare per comprarmi le mutande.

Ecco, questo post è chilometrico, immagino che nessuno sia riuscito ad arrivare fino a qui, in caso affermativo grazie infinite perché è un argomento a cui tengo molto e a cui mi dedico altrettanto. Prossimo obiettivo: fare acquisti in previsione, ovvero non trovarmi improvvisamente senza giaccone pesante in pieno inverno e senza soldi per comprare il piumino tre in uno di Patagonia.

martedì 25 aprile 2017

"Amava la campagna, i monti, i fiori"

L'anno scorso, in questo periodo, scrivevo del mio viaggio a Bergamo, dove ero riuscita a comprare molti vestiti prodotti in maniera etica ed ecosostenibile.
Quest'anno volevo riprendere l'argomento Fashion Revolution, magari segnalando anche qualche marca attenta alle tematiche e spiegando un pochino come faccio io a portare avanti ogni giorno questa piccola grande impresa.
Poi sono successe un po' di cose, tipo che mi sarebbe anche piaciuto scrivere della gita fatta nel ponte appena trascorso, ma poi la gita (già prenotata e un sacco sognata!) è saltata a causa del meteo.
Quindi i piani si sono un po' ribaltati, della questione "Who made my clothes" ho deciso di parlare alla fine della Fashion Revolution Week segnalando anche qualche link utile e oggi, 25 Aprile, sono andata a fare un giro nella mia città alla ricerca di luoghi della memoria.

Prima tappa Villa Migone, che, lo ammetto, non sapevo esistesse. In questo luogo meraviglioso, attualmente un B&B così bello che mi piacerebbe abitare fuori Genova per andarci a dormire, è stata firmata la resa dell'esercito tedesco il 25 Aprile del 1945. Ieri avevano già organizzato delle celebrazioni, mentre oggi il palazzo era visitabile in tutto il suo splendore. Sul tavolo della sala il documento che dichiara la Liberazione e nel cuore di tutti, ne sono sicura, parecchia commozione.

Il secondo luogo dove siamo andati è stato La Casa dello Studente di Corso Gastaldi, il posto in cui partigiani e antifascisti venivano chiusi per essere torturati e poi variamente uccisi, deportati nei campi di sterminio o messi in carcere.
Se a Villa Migone mi ero sentita bene e piena di emozioni positive, qui ho fatto fatica a non piangere (e, infatti, non ci sono riuscita). Da quelle celle minuscole, sui muri delle quali si leggono ancora scritte incise con le unghie dai detenuti e dediche di addio, sono passati almeno due membri della mia famiglia. Lo zio Giacomo, partigiano prima ferito in un agguato, poi torturato e ucciso e sua sorella Teresa, staffetta coraggiosa che non parlò nonostante le cose abominevoli che le fecero.
I racconti di quello che accadde negli anni della guerra li ascolto da quando sono bambina: dalla parte di mamma conto un nonno prigioniero a Mauthausen e una nonna staffetta come la sorella Teresa, pronte ad aiutare i ragazzi dei monti e a piangerli con dignità, come successe per il povero Giacomo; dalla parte di papà, invece, c'erano nonna Licia e nonno Luigi, lei staffetta incinta di mio padre (nato nel 1943) e lui partigiano che vide suo figlio soltanto a guerra terminata, un anno e mezzo dopo.

Quando oggi davanti agli elenchi delle persone che passarono dalla casa dello Studente ho letto il nome di mio zio non ho trattenuto le lacrime, perché ho pensato a quanto sono distante, io, da comportamenti così incredibilmente eroici. Nonostante il mio impegno quotidiano (e la questione acquisti sostenibili è solo uno dei timidi tentativi che faccio per essere una persona attenta a chi vive su questa Terra come me), non riesco neppure a immaginare cosa possa significare morire per un ideale. Tra le lettere che ho letto oggi pomeriggio c'era quella di Rudolf Fischer alla figlia, che a un certo punto dice così: « Noi » è di piú che non « io ».
Mi sento piccola di fronte a tutto questo coraggio e non posso fare altro che continuare per la mia strada lastricata di scelte intransigenti, spesso così cocciuta da apparire ingenua.

Del resto Augusto Miroglio di mio zio Giacomo scriveva "Amava la campagna, i monti, i fiori".
Da qualcuno credo (spero) di aver preso.


domenica 16 aprile 2017

Un giorno a Milano

Io ci provo, eh, a raccontare della gita a Milano, ma mica lo so se riesco a rendere bene l'idea di quanto sia stata bella.

Organizzata all'ultimo minuto come reazione alle pessime previsioni meteo su Genova aveva, di base, tre obiettivi:
1. Visitare il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia
2. Vedere i fenicotteri rosa di Villa Invernizzi
3. Fare un giro nel quartiere giardino di Via Lincoln

Siamo riusciti in tutte e tre le imprese, in più:
- abbiamo sbirciato dentro il Mercatino Penelope (un luogo meraviglioso dove desideravo entrare da tanto, incontrato per caso)
- abbiamo pranzato qui (per la cronaca: buonissimo, andateci!)
- siamo entrati dalla Rinascente per fare pipì, perché in un posto così grande che non ha nemmeno un angolo esclusivamente dedicato all'abbigliamento fair trade non ho potuto fare altro (a parte incazzarmi)
- abbiamo toccato al volo la tappa tradizionale da Muji dove ho comprato la solita penna e una nuova candela profumata. Questo acquisto merita due righe in più perché l'essenza che ho scelto è zenzero e timo limoncino: una delle piante che incontriamo spesso durante le gite e in cui affondiamo le mani ogni volta, sfregando per bene i polpastrelli sulle foglie profumatissime.

Il vero pretesto per vedere il Museo della Scienza, in realtà, ce lo hanno regalato i laboratori della Tinkering Zone aperti al pubblico: abbiamo pensato potessero essere fonte di ispirazione per qualcuna delle nostre attività e, devo ammetterlo, costruire un flipper è stato davvero divertente. In questo spazio allestito benissimo ho trovato un sacco di idee interessanti, soprattutto su possibili materiali da utilizzare durante i miei laboratori e su come conservarli al meglio.
A casa avrei decisamente bisogno di una stanza aggiuntiva, ormai un ripiano della dispensa, un tavolino e un carrello in camera da letto non bastano più e osservare soluzioni semplici geniali per riporre in ordine le cose mi è stato di grande aiuto. Anche vedere che le attività didattiche proposte dal museo sono spesso simili alle mie mi ha fatto molto bene: un po' di autostima in più è sempre ben accetta.

Per quanto riguarda l'esposizione nei vari padiglioni, beh, è splendida. Unica grande delusione il bookshop chiuso in pausa pranzo: per carità, un sacrosanto diritto, ma avevo già in programma di fare incetta di libri interessanti e sono rimasta a bocca asciutta.

Il tempo è stato bello e super caldo, tutto ciò che ho visto mi ha riempito gli occhi e sono tornata a casa con quella sensazione di aver solo sognato.
E invece no, è successo davvero.

P.S. I fenicotteri di Villa Invernizzi valgono comunque un viaggio a Milano, così come il quartiere arcobaleno: ci sono piante di palma e banana, casette color lavanda, cancelli, giardini, rose, viuzze interne e cortili. Vorrete abitarci subito e, se le vostre risorse economiche ve lo permetteranno, io farò il tifo per voi.