venerdì 8 dicembre 2017

Penso ai pensieri

Nella mia famiglia c'è una storia che dice così:
Quando eri piccola, la mattina, mentre mi preparavo per andare a scuola, ti sedevo sul seggiolone e ti parlavo. Un giorno, vedendoti particolarmente concentrata e con la fronte corrucciata, ti chiesi "Elena, cosa c'è? Devi mica fare la cacca?". Tu mi rispondesti "No, sto pensando". Allora, incuriosita, ti domandai "E a cosa pensi?". "Ai pensieri!" sospirasti con ovvietà.
Avevo due anni ed ero già incasinata.

Ieri sera Andrea mi ha definito un grosso e complesso automata che funziona però in maniera semplice, finché non mi metto da sola un bastone tra le ruote.
Quanto aveva ragione.
Mi ingolfo, sul più bello, pensando.
Ai pensieri.


Ed è proprio questo loop che ho ripetuto, senza sosta, nelle ultime due settimane, arrivando sfinita ad oggi, giornata di festa a casa di mamma, trascorsa mollemente tra un pranzo non digerito, una serie di cose da fare non fatte, un libro da leggere non letto (ma rimedierò presto, lo sento), un regalo da inviare non inviato e una decisione da prendere non presa.

Mi succede spesso di incastrare i miei ingranaggi e di incaxxarmi come una bestia quando non riesco a ripartire. Negli anni, da questo punto di vista, sono peggiorata tantissimo. Do la colpa alla stanchezza, alla stratificazione delle delusioni, alle aspettative rimaste tali e al mondo che, davvero, non sono proprio più capace di capire e accettare.

Fortunatamente sono sempre successe cose che mi hanno rimesso in pace, almeno un poco, con quello che mi circonda. Una bella classe in cui lavorare, uno spettacolo teatrale arrivato proprio al momento giusto, una mostra bellissima di un pittore che amo da sempre, una bambina meravigliosa che sistema la mia scala di valori una volta a settimana, ormai da molti mesi.

Non ho idea di come si esca da quello che l'analista chiamerebbe "il copione", so per certo che non deve essere semplice starmi accanto quando vengo travolta dai miei stessi pensieri. Mi vengono in mente mio padre e le sue fughe lontanissime pur restando in casa, io (meno male) non ne sono capace. Sono arrabbiata più che in passato ma anche più disposta ad affrontare la cosa. Sono cresciuta, ho i capelli più lucidi, i fianchi più larghi, la pelle più liscia e la maturità di capire quando occorre restare per togliere, con pazienza o con un gesto rapido a seconda dei casi, il bastone dalle ruote.

Si invecchia, si cambia. Succede a tutti, pure a me.

Avrei voglia di scrivere un post sui libri che vorrei comprare (e divorare) in queste vacanze di Natale, sui corsi che vorrei seguire (ad uno mi sono già iscritta!) nell'anno nuovo, sui posti che vorrei rivedere o visitare per la prima volta, sulle modifiche al mio appartamento che vorrei fare e che sono rimaste in sospeso da questa estate. Avrei voglia di buttare giù un elenco di cose belle che mi (e vi) riempia il cuore ma ho capito che se non mi assicuro di aver liberato completamente le ruote dell'ingranaggione mi ingolferò presto, di nuovo.

Devo farlo con cura, questo lavoro, a costo di restare con la fronte corrucciata a pensare ai pensieri ancora per un po'.
In caso doveste incontrarmi sappiate che non sto facendo la cacca.




martedì 28 novembre 2017

Storia d'Autunno

Questo post è dedicato a lei, perché credo sia sempre stata la prima fonte di ispirazione per me, sin da bambina. Ho letto i suoi libri decine di volte, mi sono immaginata protagonista di molte delle storie ambientate a Boscodirovo, ho disegnato i personaggi, ho essiccato fiori proprio come l'autrice dichiarava, all'inizio del libro, di fare abitualmente.
Jill è morta pochi giorni fa e io sono profondamente dispiaciuta, per questo motivo ho deciso di dedicarle il post, titolandolo come la sua storia che ho amato di più.

Fatta questa premessa, è il momento di iniziare davvero, magari spiegando la foto quassù.

Siamo stati tre giorni a La Magdeleine, perché i nostri amici matematici-pasticceri ci hanno prestato gentilissimamente la casa.
L'idea iniziale era quella di staccare un poco dal lavoro, visto che spesso il week end siamo impegnati in laboratori e/o turni e fino a Natale non avremo più corrispondenza di giorni liberi. La realtà, però, si è discostata un pochino dall'idea iniziale.

Partenza prevista: giovedì sera. Partenza avvenuta: giovedì sera.
Ma, nel frattempo, io combattevo contro la febbre dal martedì. Cominciata tosta con 38.6 è andata pian piano scemando, fino a lasciarmi partire con un blandissimo 37.2, un po' di ossa rotte e tanta voglia di sconfiggere il virus al caldo relax delle terme di Pre Saint Didier.
Arrivati a La Magdeleine abbiamo avviato il riscaldamento e ci siamo rifugiati alla locanda del paese, nell'attesa che i cinque gradi dentro casa salissero un poco e non mi ibernassero all'istante facendomi morire di influenza.
Stranamente, nonostante la mia proverbiale passione per aperitivi e stuzzichini, non avevo molta fame e, anche a cena, i pansoti con il sugo di noci portati dalla madre patria non mi risultavano particolarmente graditi.

ATTENZIONE. ALLARME ROSSO.


Quello che stavo combattendo da due giorni era un virus, sì, ma intestinale.
Dalle dieci di sera alle sei di mattina il mio dialogo con il water è stato talmente fitto da farmi seriamente pensare al collasso per disidratazione, se non fosse che nel beauty di Andrea un blister di Imodium pro viaggi cinesi è corso in mio aiuto scongiurando la mia dipartita.
Naturalmente il venerdì alle terme è saltato (credo non ci sia bisogno di ricordarvi quel video ambientato in piscina che girava qualche tempo fa, eviterò di linkarlo qui per questioni di ovvia decenza, ma vi basti pensare contemporaneamente a dissenteria e poolparty per comprendere) e l'unica cosa che sono riuscita a fare la mattina è stata bere, calarmi mille bustine di argilla addensante recuperata prontamente in farmacia, fotografare animaletti sul prato davanti a casa e salutare il water con sempre meno trasporto.
Nel pomeriggio mi sono fatta coraggio e siamo andati a passeggiare nel bosco alla ricerca di neve e laghi. Abbiamo trovato poche chiazze della prima e nessuno specchio d'acqua, ma, in compenso, mille licheni di tutti i colori e paesaggi bellissimi ci hanno tenuto compagnia per un paio d'ore.




Il secondo giorno di vacanza, sabato, ho raccolto tutte le energie in mio possesso e mi sono decisa a provare le terme, consapevole del possibile disastro al quale rischiavo di andare incontro (vedi video di cui sopra). Sono stata premiata e, dopo un bel giro ad Aosta e al suo mercatino di Natale ci siamo messi a mollo e siamo rimasti a poltrire dalle tre alle nove, tra saune (poche, data l'ormai nulla presenza di liquidi nel mio organismo), vasche, buffet e materassoni morbidi. Al ritorno abbiamo visto la stella cadente più grande di sempre e due piccoli camosci in libera uscita.
Poi il letto mi ha inghiottita e non ricordo più nulla.

La domenica, prima di tornare a casa, siamo davvero andati a cercare (e a trovare) la neve, quella vera: il pianoro di Chaneil con il suo panorama mozzafiato ci ha conquistati e, nonostante il freddo boia, siamo rimasti a scattare un sacco di fotografie fino all'ora di rientrare per pranzo.
Quest'ultimo passaggio è stato forse il più difficile da portare a termine (e, considerato il tenore del week end, capirete quanto): tutti i ristoranti incontrati in Valturnenche erano chiusi. Quando ne abbiamo trovato uno aperto ormai erano le due, ma siamo riusciti a impietosire i gestori che ci hanno apparecchiato un tavolo e rimpinzato di meraviglie valdostane dall'antipasto al dolce.
Alla faccia del virus.



Ora che sono tornata da un paio di giorni pago un po' le conseguenze di questo malanno così acuto, ma, nonostante lo sconforto iniziale (tanto grande quanto comprensibile, direi), sono contentissima di questa mini vacanzina.

Cosa mi è piaciuto di più?
I larici arancioni e la fontina.





giovedì 9 novembre 2017

Dieci cose in dieci giorni


Ok, il Festival è finito da una manciata di giorni, è giunto il momento di parlarne.
Il modo migliore per farlo credo sia, come sempre quando voglio raccontare qualcosa in maniera semplice ed efficace, il metodo dell'elenco.
Quindi eccomi con dieci punti, che potevano essere quindici (ma vi avrei annoiati), oppure sette (ma il titolo sarebbe diventato "sette cose in sette giorni", riportandovi inesorabilmente qui).

Cominciamo:

1) Le conferenze al Padiglione Giapponese (quest'anno il Giappone era paese ospite). A parte il fatto che adoro la Sala delle Grida nel Palazzo della Borsa, ho davvero trovato bellissimo l'allestimento. Sia per quanto riguarda i laboratori, sia per gli arredi in perfetto stile nippo. Tornando alle conferenze: ne ho seguite due, una dedicata all'Umami tenuta dalla prof.ssa Gabriella Morini e una incentrata sul mondo del sushi di Masayuki Okuda. In entrambe le occasioni, oltre ai contenuti super interessanti, erano previste degustazioni: evviva! Probabilmente è scritto nel mio destino che in quel posto io debba mangiare/bere qualcosa, gli organizzatori di Vinnatur e il mio amico Balletti lo sanno bene.

2) I laboratori degli altri. Quest'anno, molto più che in passato, sono riuscita a girare parecchio e a visitare anche altri laboratori. Ovviamente non mi sono persa quello di Edu, ma ho visto anche Il Gioco dei Pacchi (proposto da altri amici), tutte le attività al Museo di Storia Naturale, il delirio di Piazza delle Feste e la mostra interattiva di quei geni visionari di La Luna al Guinzaglio, dove dire che mi sono immersa fino al collo in un'atmosfera a metà tra il viaggio e il sogno è usare un eufemismo.

3) Le conferenze dei divulgatori/animatori.
Sono andata ad ascoltare Graziano Ciocca (con Giovanni Fares) e Luca Perri, che conoscevo da sempre almeno di nome, che avevo appena incontrato di persona a Strambino in occasione di Strambinaria-Folle di Scienza e che sapevo essere bravissimi nel loro lavoro. Non sono stata affatto smentita! Non so davanti a chi ho riso di più, di sicuro ho imparato un sacco in entrambi i casi.

4) Le conferenze a cui tenevo proprio tanto. Come quelle di Luigi Bignami, Gianumberto Accinelli, Ornano e Tomasinelli. Tutte e tre molto diverse tra loro, tutte e tre ugualmente belle.
Ma andiamo con ordine.
La prima, quella di Bignami, mi ha toccato il cuore per un motivo (anzi due) molto semplice: l'esplorazione spaziale non solo ha caratterizzato tutti i miei corsi a scuola dell'anno passato, ma è anche stata il filo conduttore del laboratorio Il cielo con le dita, presentato quest'anno al Festival. Poi, il vero grande motivo per cui ho amato tanto la conferenza è stata la chiacchierata finale con Luigi, compreso scambio di biglietto da visita e dedica sul suo bellissimo libro. Per quanto riguarda Accinelli vi rimando subito A Casa di Cindy, dove potete trovare il Leggermente che avevo dedicato a I Fili Invisibili della Natura. Pure questo, manco a dirlo, diventerà primaria ispirazione per i prossimi lab a scuola e pure Gianumberto, prima della presentazione in libreria, mi ha scritto una splendida dedica ed è stato super disponibile. Lo spettacolo di Ornano e Tomasinelli, infine, mi ha fatto sganasciare dalle risate e, come sempre, per quanto il primo sia un comico super, è con il secondo (che comico non è) che mi diverto di più!

5) La sera che "sul palco" ci sono finita io. Il motivo era questo, un'occasione di restituzione, come si usa dire ora, di tutto il lavoro fatto durante l'anno scolastico passato. Un grande progetto sull'uso consapevole della rete da parte dei giovani, sfociato, tra le altre cose, in uno spettacolo teatrale costruito con la tecnica del Teatro Forum (= totale coinvolgimento del pubblico) e condotto da una figura che viene chiamata Joker (o Jolly). Indovinate un po' chi era questa figura?
Ad ogni modo è andata benissimo e, del tutto inaspettatamente, mi sono molto divertita!

6) Il riposo imprevisto
. Qui lo dico e qui lo nego: quest'anno al Festival mi sono riposata. Complice la quasi totale assenza di doppi turni, i giorni festivi liberi da animazione, la necessità di essere disponibile per le emergenze (che mi ha portata a non prendere altri impegni) e la mancanza di emergenze che ha automaticamente reso semi vuoti molti dei miei pomeriggi. La conseguenza è stata che sono riuscita a lavorare con calma, sedermi pure sul divano dopo pranzo, godermi il Festival, dormire molte ore, sistemare un po' di arretrati e di burocrazia.

7) Il concerto dei Capibaras. Un'eterna garanzia in questo periodo, un modo per cantare, bere qualcosa, chiacchierare con amici storici e amici nuovi, ascoltare il bravissimo Eduardo che si esibisce, applaudire fino a spellarsi le mani.

8) Gli incontri
. In tutte le occasioni che ho citato fino ad ora sono avvenuti incontri belli (anche meno belli, ma non importa), sia per lavoro sia per pura voglia di trascorrere tempo insieme. Vecchie e nuove conoscenze, compagne di avventura in questo Festival 2017, come le animatrici con cui ho condiviso tempi, spazi, preoccupazioni e come chi mi ha commissionato il laboratorio e ha lavorato con me alla sua realizzazione. Un team composto prevalentemente da donne (ma non solo!) con cui mi sono trovata benissimo: non c'era quasi bisogno di parlare, spesso bastava un'occhiata, come quella che io e l'architetto ci siamo scambiate di fronte alla stella di glitter finita dritta dritta sul tappetone.

9) I panini. Pollo o pesce? Il Festival è lungo, quindi perché scegliere? Rooster e Panino Marino sono stati i pranzi-merenda delle 16, nelle giornate più ardue. Per il resto... verdura, yogurt e latte.

10) Il mio laboratorio. Perché non potevo proprio chiudere senza scrivere nulla, perché è stato una bella soddisfazione, perché mi sono divertita anche con un pubblico più grande senza rinunciare a gestire a modo mio "le classi più piccole". Perché mi sono misurata, prima di quanto pensassi, con un'organizzazione personale e indipendente del mio lavoro, senza però sentirmi abbandonata. Perché ho ricevuto tanti complimenti, ho capito bene dove potevo fare diverso o fare meglio, perché mi sono accorta che gli errori sono stati davvero pochi. Perché ho avuto la conferma che basta impegnarsi, senza però credere che questo voglia dire soltanto scegliere i materiali più belli o mandare i testi dei pannelli in tempo. Significa cercare di liberarsi da altre scadenze il prima possibile per ritagliarsi il tempo necessario a far fronte agli imprevisti, significa leggere tutto quello che può essere utile, significa chiedere aiuto, confrontarsi e delegare (su questo sono ancora un tantino in dietro), significa curare la parte estetica senza diventare isterici (anche su questo posso migliorare!), significa avere pazienza, essere previdenti, prudenti, lungimiranti, presenti e pure un goccino coraggiosi.

Ha funzionato e sono contenta.



giovedì 26 ottobre 2017

Ho toccato il cielo con un dito


Laggiù, guardando attraverso l'occhio di Yubi, si intravvede il mio primo laboratorio da proponente free lance al Festival della Scienza di Genova.


In verità la primissima volta in cui partecipai come animatrice ero anche tra gli organizzatori, ma è passato tanto tempo e non correvo (ancora) da sola. L'argomento era anni luce, giusto per restare in tema con l'attività di questi giorni, lontano da quello di Il cielo con le dita, cellula più o meno impazzita della mostra Il cielo con un dito organizzata da Konica Minolta Laboratory Europe.

L'anno scorso mi ero ripromessa che avrei smesso con l'asterisco rosso e devo dire che ne avevo tutte le ragioni: la stanchezza, la voglia di cambiare, la nostalgia che questo periodo porta sempre con sé e che durante il Festival, per mille motivi, si fa troppo pesante, il senso di inadeguatezza, il carpiato di mamma sulle scale della metro a due giorni dalla fine.
Poi, però, in Primavera è suonato il telefono e quello che è successo ve l'ho già raccontato.
Il risultato è che mi sono fatta nuovamente risucchiare da questo vortice di turni, classi, conferenze, corse, risate, sorprese, una spirale caotica che trova da anni posto qui sul blog, in davvero tantissimi articoli, più di quanti pensassi.

Quindi, ricapitolando, sono animatrice e ideatrice di un laboratorio, che si intitola Il cielo con le dita, che fa parte della mostra Il cielo con un dito, che è sponsorizzato da Fila (gentilissimo fornitore di mezza tonnellata di Didò) e da Remida Genova (altrettanto gentile dispensatore perpetuo di materiali di recupero, preziosi quanto l'oro).

Se mi aveste chiesto fino a ieri, ma anche fino a stamattina alle nove, quale fosse il target del lab vi avrei risposto 6-12 anni, meglio se 8-10.
Beh, mi sbagliavo di grosso e sono stati i bambini (anche se dovrei scrivere ragazzi) stessi a sbattermi in faccia, senza farsi troppi problemi, la realtà.

La mostra è facilmente modulabile, sicuramente più indirizzata a un pubblico semi adulto (dalla scuola media inferiore in su), ma fruibile anche dai bimbi più piccoli, grazie alla bravura di tutti: di chi l'ha pensata, di chi l'ha disegnata e allestita, di chi la sta animando.
Il laboratorio, invece, prevede l'uso del Didò come elemento conduttivo al fine di costruire un circuito elettrico e parlare di materiali isolanti e conduttori. In realtà è tutto un pretesto per fare tinkering e agganciarmi alla meravigliosa storia della sonda Cassini (chi mi conosce sa che ho sviluppato una sorta di ossessione piuttosto ingiustificata verso questa missione spaziale) e raccontare quanto sia stato lungo e ricco di scoperte questo nostro viaggio nell'Universo.
Io ero fermamente convinta che i destinatari del laboratorio fossero i bambini della scuola primaria e quelli della secondaria inferiore, diciamo fino ai dodici/tredici anni, ma quando stamani la prima (e poi la seconda, la terza...) classe di liceali è corsa a sedersi sul tappeto arancione, dopo aver seguito quasi un'ora di spiegazione in mostra, mi è salito il panico.

Vuoi dire che sta roba che ho pensato va bene per tutti?
La risposta, semplicemente, è sì.


Non avrebbe senso tenere dei quindicenni mezz'ora attorno a un tavolo in compagnia di Didò, pile e cavi coccodrillo, ma accoglierli per un quarto d'ora, farli ragionare sui componenti di un circuito, ascoltare le loro domande sulla sonda Cassini e vedere nei loro occhi la stessa meraviglia che c'è in quelli dei piccoli al momento dell'accensione del led, non solo mi sembra bello, mi pare pure buono e giusto.
Perché? Per tante ragioni. Ne citerò però soltanto una, che racchiude tutto il senso del mio vagare: chi sono io per decidere che un gruppo di ragazzi non debba sedersi a giocare con un panetto di plastilina? Chi ha detto che alle superiori tutti sappiano come funziona un circuito elettrico? Dove sta scritto che le cose semplici, colorate e un po' caotiche siano solo per bambini?

Alla fine uno dei motivi per cui faccio questo lavoro è che mi diverte, soprattutto nelle sue parti di progettazione e di esecuzione (c'è forse qualcuno che lo fa per amore dei preventivi e dell'archiviazione ordinata delle fatture?): perché, dunque, non dovrebbero divertirsi anche gli altri?
Io vi aspetto, voi venite. Anche solo per accendere un led, farvi un selfie con Yubi, appuntarvi una spilla da astronauta, firmare il razzo della missione, costruire una sonda e dirmi ciao.


giovedì 12 ottobre 2017

Nulla che io ami di più


Con tutto questo lavorare, con tutto questo affanno fatto di incastri, partenze, scadenze, appunti, agende, materiali, consegne, riunioni, risposte, preoccupazioni e speranze ho perso di vista alcune cose.

Una fra tutte: quello che amo di più.


Non riesco a spiegare in poche righe cosa sia, è una sensazione più che altro, di cui ho già scritto spessissimo qui e di cui è già da qualche tempo che non faccio più menzione.
Esiste un periodo, ciclico e inarrestabile, che inizia verso la fine di Settembre e si conclude all'inizio di Dicembre, dove passo, in una manciata di secondi, dall'essere emotivamente distrutta al sentirmi felice come non mai. Non so se capiti a tutti, non so se sia normale, so solo che questa sorta di saudade perpetua mi accompagna senza sosta per un paio di mesi, da sempre.

Ricordo perfettamente il giorno in cui sull'autobus, tornando da una delle escursioni della gita scolastica ad Atene, il mio prof di greco del liceo cominciò a chiamarmi Saudade: ci aveva visto lungo, lunghissimo. Mi aveva parlato di una luce negli occhi, di un mood, di un sorriso abbozzato e di un ombra improvvisa...e aveva così ragione!

Proprio ora, mente scrivo, sono nella "fase buona", nell'attitudine costruttiva: penso ai prossimi mille week end di lavoro in funzione del primo che, invece, sarà di festa. Voglio andare via un paio di giorni e ricaricare gli occhi e il cuore, voglio riempire le pagine di un libro con un sacco di foglie secche, voglio scattare foto agli alberi, ai funghi, all'acqua di un fiume.

Nulla che io ami di più.
Nulla che si avvicini tanto alla mia saudade. Gioia e disperazione, tappeti di muschio soffice e rami spogli.

Una volta, quando ancora avevo del tempo da spendere per alimentare questa fetta importante di anima, trovavo il modo di infilarmi in un bosco a camminare appena potevo. Quest'anno l'autunno l'ho visto, per ora, solo su Instagram. Sono riuscita a fare due passi sulle colline sopra a casa domenica scorsa, dopo un sabato di laboratori. Forte Begato era aperto e scoprirlo è stata una meraviglia inaspettata. Un posto potenzialmente magnifico, abbandonato a se stesso, curato nei dintorni da splendidi volontari, visitabile dal pubblico solo nel fine settimana e lasciato chiuso per tutto il resto del tempo.
Bellezza e desolazione. Saudade.
Rampicanti che si intrufolano negli spiragli delle porte lasciate aperte dai vandali, mantidi religiose che corrono sull'asfalto per cercare riparo dai nostri movimenti maldestri, fiori azzurri che dondolano al vento, una volpe che si nasconde tra le stanze vuote, un prato enorme, un ponte, un anfiteatro, una vista che mozza il fiato.
E poi la luce, quella magnifica delle 16.30 in autunno, quella che comincia a salutare il giorno e ti riempie il cuore di gioia e di tristezza. Saudade.

Oggi sarebbe stato il compleanno di mio padre, stasera io e mamma andremo a goderci una conferenza sulle bellezze delle piante al Museo di Storia Naturale e poi ci prenderemo un aperitivo per brindare a quell'uomo schivo, ironico, difficile, stanco, misterioso e pieno di idee che era papà. Quell'uomo che sapeva ridere e incazzarsi nella stessa frase, che sapeva chiudersi per giorni e farti volare dalla felicità nel giro di una settimana.
Come la luce delle 16.30 in autunno, come il tappeto di muschio sotto i rami secchi. Come il mio cuore oggi, come il mio cuore sempre.
Saudade.

lunedì 2 ottobre 2017

Sto volando!


In diretta dal volo AZ1391 Roma - Genova

Sto volando.
Ho una paura boia, le orecchie tappate, il polpaccio che pulsa. Anche se questa ultima cosa secondo me è suggestione.

Ho appena bevuto un bicchiere di succo di arancia rossa e la signorina all'altoparlante dice che tra venti minuti arriviamo.
Un bimbo due sedili più a sinistra guarda i cartoni, una signora mangia il secchio di insalata più grosso che abbia mai visto. Alle sei del pomeriggio.

In diretta dal mio letto
Le poche righe quassù sono l'unica cosa che ho potuto scrivere sabato scorso, mentre sorvolavo il nostro bel mare quasi certa che:
a) saremmo caduti
b) saremmo esplosi
c) mi sarebbe venuto un ictus
d) avrei vomitato
e) sarei rimasta sorda
Le opzioni, come vedete, erano molteplici. Secondo i miei calcoli avrebbero potuto palesarsi contemporaneamente, in ordine sparso, con un più o meno alto grado di certezza (soprattutto per ciò che riguarda i punti c e d).

Quel sant'uomo del mio collega che volava con me si è sorbito la mia faccia pallida e i miei occhi sgranati, ma, a quanto pare, non sono stata poi così molesta.

Avrei voluto godermela di più, scrivere un intero post tra le nuvole, fare pipì ad alta quota, scattare mille foto dal finestrino, farmi una maschera al viso come le beauty guru, segnarmi gli appuntamenti della prossima settimana in agenda, bere qualcosa di forte, disegnare...
E invece mi sono concentrata molto e ho atteso l'irreparabile. Che non è avvenuto.

Non salivo su un aeroplano da quasi vent'anni. I motivi sono tanti, uno su tutti (inutile nasconderlo) la paura. Al secondo posto la mancanza di occasioni e al terzo la mancanza di soldi quando le occasioni invece c'erano.
Ho preso due voli (a/r quindi tecnicamente quattro) al liceo, per andare in gita scolastica e poi il nulla.
A ventitré anni la trombosi e per un po' di tempo siamo stati troppo impegnati a capire cosa mi fosse successo e ad accompagnare papà dall'altra parte. Una volta chiarito l'intoppo genetico che non mi rende la candidata ideale per svolazzare qua e là, gli aerei ho cercato (anche inconsciamente) di evitarli tutte le volte che ho potuto. Ho fatto lunghissimi viaggi in treno (vedi Genova-Palermo by night), ho rinunciato a tante vacanze che avrebbero necessitato inevitabilmente di un volo, non ci ho pensato finché mi è stato possibile.

Ora però, l'ipotesi di vedere qualche bel posto lontano non è più così remota, la situazione circolatoria sembrerebbe sotto controllo e le trasferte di lavoro tipo quella appena passata mi danno l'opportunità di riprendere a volare in maniera graduale.
Devo solo calmarmi, imparare a gestire la questione puntura la mattina e siringhe nel bagaglio (completamente ignorate, peraltro, dai controlli in aeroporto) e, magari, godermela pure un po'.

Prossimi passi: dotarmi di tutti i presidi esistenti al mondo contro il mal d'aria e guardare tra le offerte per i posti che più vorrei visitare.
Per il resto, si vedrà!

P.S. Nella foto la mia bella Genova, dove ero convinta di atterrare in picchiata :-)



mercoledì 20 settembre 2017

Coincidenze universali


Cominciamo con questo, poi vi spiego.

Come mi sia innamorata della Missione Cassini-Huygens io proprio non lo so.
Non ricordo la prima volta in cui ne ho sentito parlare, né che cosa mi abbia affascinato così tanto. Sicuramente il fatto che la sonda sia partita nel 1997, anno in cui la mia adolescenza aveva iniziato a farsi sentire prepotentemente accompagnandomi nel mondo dell'amore totalizzate (e un tantino poco sano), ha avuto il suo peso nell'interesse che ho sviluppato fin da subito per Cassini, seguendone quasi giornalmente il Grand Finale.

Ad ogni modo, non vi tedierò con notizie e informazioni in merito, innanzi tutto perché non sono un'astrofisica e quindi non ho le competenze necessarie per spiegarvi la missione, poi perché non è quello di cui voglio scrivere qui oggi.
Ho deciso di buttare giù un post sulla mia passione per Cassini perché tra le cose che rappresenta c'è una collaborazione lavorativa tanto inaspettata quanto bella ed eccitante.
Ecco come è andata e perché per il titolo quassù ho scelto Coincidenze universali:

Qualche mese fa, in un pomeriggio di primavera, mentre aspettavo il bus carica di materiale per i laboratori, ho ricevuto un messaggio privato sulla pagina facebook del mio blog. La responsabile della comunicazione di Konica Minolta Laboratory Europe mi contattava per propormi di lavorare con loro e chiedeva di potermi parlare.
Ovviamente le ho detto sì e ci siamo date un appuntamento telefonico per la sera, una volta uscita da scuola. Verso le sei ci siamo sentite, ricordo che stavo camminando nei vicoli, sempre carica di zaini e borse, diretta dal mio editore per ritirare valigette e libri da portare in classe il giorno seguente.

La richiesta era "semplice": proporre e seguire per loro un laboratorio al termine della mostra organizzata da Konica Minolta al Festival della Scienza di Genova.

Ho detto subito sì, anche perché sentivo di avere già idee in proposito. A conti fatti era proprio così: quel pomeriggio a scuola avevo provato un'attività nuova con i bambini, riscontrando subito partecipazione e interesse e accorgendomi che avrei potuto far crescere quel laboratorio con davvero pochi accorgimenti in più. Konica Minolta mi stava offrendo la possibilità che cercavo, una manciata di minuti dopo aver salutato i bambini della Missione Spaziale del giovedì. Sì, perché, giusto per rimanere in tema coincidenze, l'anno scorso ho basato tutte le attività a scuola sull'esplorazione dell'universo, senza minimamente immaginare come sarebbe andata finire, Grand Finale di Cassini compreso.

Cosa faremo di preciso al Festival ancora non lo scrivo, ma questa foto (bellissima!) dice già molto.

Dalla storia che vi ho appena raccontato ho imparato tanto, soprattutto ho avuto l'ennesima conferma che le coincidenze esistono eccome, che occorre a volte buttarsi a occhi chiusi (e chi mi conosce sa che non è un'operazione semplice per me!), che i Social Network, quando usati bene, hanno un potere incredibile e che anche la più piccola idea, se coltivata con amore, può diventare davvero grande.

Le piccole cose vincono sempre, non c'è niente da fare.



P.S.
La missione Cassini-Huygens è terminata pochi giorni fa, così.






venerdì 8 settembre 2017

Una banale Wishlist di Settembre


Io amo moltissimo l'autunno. Probabilmente più dell'estate e di tutte le altre stagioni.
Mi piacciono i suoi colori, l'odore dell'aria di Novembre, l'intimità che i mesi pre invernali mi riescono a regalare.
Per chi adora i boschi non c'è periodo migliore, le foglie ancora stanno lì, ma sono arancioni, la terra è umida e profuma di buono, le camminate con una temperatura frizzante sono le più belle.

Detto questo, a Settembre ricomincia tutto. Per chi lavora con le scuole ricominciano le e-mail alle segreterie, le telefonate, le presentazioni. Per chi lavora con il Festival della Scienza ricominciano le progettazioni, le ansie, le scadenze.
Per chi è libero professionista ricominciano i contatti con chi era sparito in estate, i controlli delle fatture sospese, i preventivi per le nuove collaborazioni.

Io vorrei solo un sentiero, una felpa e la mia macchina fotografica.


Visto che questo non lo posso avere (l'allerta meteo di domani sancisce la fine delle mie possibilità di fare una gita a breve, dato che nei prossimi week end di Settembre sarò in trasferta), ho deciso che tanto valeva elencare ciò che mi piacerebbe fare e possedere.
Non mi sono trattenuta, mi sono accorta che probabilmente la mia lista sarà di una banalità sconcertante, ma ho deciso che la scrivevo (e pubblicavo) lo stesso.

Eccola:

1) Vorrei seguire un corso di Enrica Crivello. Ho guardato tutti i suoi video nelle scorse settimane e mi piacerebbe un sacco imparare da lei come rendere la mia attività più chiara a me e agli altri. Credo sarebbe la persona giusta per indicarmi come valorizzare al meglio ciò che faccio senza snaturare il mio modo di essere. E poi, diciamolo, vorrei un sacco entrare nello #spaziofigo. Ho quindi deciso che quando compirò un anno di partita IVA, se sarò ancora in grado di sostenerla, seguirò un corso di Enrica e mi aprirò un sito internet come si deve.

2) Vorrei comprarmi un prodotto di Rimini Rimini. Mi piacciono tutti, li avevo visti qui a Genova da Paccottiglia e mi ero innamorata del progetto e dei colori di queste borse. Ieri, mentre cercavo un portafoglio, sono andata a sbirciare di nuovo nel loro sito e trovo che ogni cosa sia fantastica. Peccato che non abbia trovato il portafoglio, forse posso sostituirlo con una borsa da mare? :-)

3) A proposito di portafogli, proprio ieri sera mi sono imbattuta nella presentazione della nuova collezione di La Pinotteria. Nemmeno il tempo di riflettere se comprare un maxi modello della collaborazione con Febò ed era già tutto (giustamente) sold out. Sarà per la prossima volta!

4) Vorrei avere più tempo. Per scrivere e leggere innanzi tutto. Ma pure per non fare nulla, per dedicarmi all'orto, per non impazzire quando il corriere dichiara che la consegna è andata male senza nemmeno suonare al citofono (posticipando così l'arrivo di materiale che mi serviva per lavoro), per dormire, mangiare, andare a trovare mia madre, fare due passi, farne quattro.

5) Vorrei riuscire a progettare una fuga sotto Natale, anzi sotto Capodanno. L'ultimo passato qui è stato divertente perché la compagnia era buona ma, non me ne voglia la mia città che tanto amo: che palle! A sto giro mi piacerebbero il freddo, la polenta, le mani in tasca e la sciarpa gigante.

6) Non mi trucco molto, né sono una maniaca della cosiddetta skincare. Mi lavo bene il viso, spalmo la crema, ogni tanto metto una maschera, mi strappo i baffi e mi faccio sistemare le sopracciglia dall'estetista. Detto questo, forse vorrei il Clarisonic. Perché ce l'hanno tutte e chi non ce l'ha ne parla. Ecco. E, se proprio devo essere sincera, vorrei quello piccolo e super costoso. Non so perché, non lo comprerò mai, ma lo vorrei.

7) Ogni anno imparo qualcosa, due anni fa mi sono buttata nel francese e l'anno scorso ho continuato accantonando altri eventuali corsi. Quest'anno sarebbe bello se riuscissi a fare una nuova esperienza. Data la mia ormai nota fissazione per la moda sostenibile mi piacerebbe imparare a cucire. Probabilmente non riuscirò ad iscrivermi in palestra, visto che gli orari da libera professionista non coincidono con nulla. Magari un corso di cucito serale, però, lo trovo.

8) Mi servono un paio di scarponi da trekking. Autunnali, possibilmente non pesantissimi perché quelli per il freddo vero (più eventuale neve) già li ho e quelli estivi pure. So anche dove mi piacerebbe andare a cercarli: qui. Perché ho proprio la sensazione che quel posto e chi lo gestisce potrebbero farmi sentire a casa. Ho provato a passarci di ritorno da una trasferta, ma la stazione di Piacenza non ha deposito bagagli e io avevo un trolley enorme pieno di materiali per i laboratori. A malincuore ho rinunciato, rimanendo in stazione con 38 gradi effettivi e 57 percepiti e disperandomi per non poterci andare.

9) Seguo le peripezie del Fairphone da un sacco di tempo. Mi ero ripromessa di acquistarlo ma:
- Il mio si è rotto improvvisamente l'anno scorso e non ho fatto in tempo a ordinarlo
- La fotocamera è sempre stata molto modesta, non che io sia una fotografa professionista ma mi piace scattare e vorrei una discreta qualità
Ora, però, la fotocamera è stata migliorata, il mio attuale telefono è vivente e forse potrebbe essere il momento buono. Il problema è ovviamente sempre il solito: non posso permettermelo perciò non lo comprerò. Però posso desiderarlo, no?

10) Voglio sistemare il mio armadio in camera da letto. Si tratta di un vecchio e scuro mobile che arriva da casa dei miei al quale sono molto affezionata, mi piacerebbe rifasciarlo con carta da parati, tipo questo. Ho anche già trovato dei siti buoni dove recuperare la carta, ma, in questo caso, è il tempo che manca per fare tutta l'operazione. Ad ogni modo ad Agosto ho allestito il mio angolo studio e rivoluzionato la cucina riempiendola di giallo, quindi posso già ritenermi un sacco soddisfatta dei risultati.

Ecco fatto, la Wishlist è completa e sicuramente appena pubblicherò il post mi verranno in mente mille altre cose che vorrei. Pace! Le scriverò nella prossima.


giovedì 31 agosto 2017

"Little solutions all along the way"


Se avessi aspettato il momento giusto per scrivere questo post probabilmente non sarebbe arrivato mai.
Perciò mi sono obbligata (cosa che nel mondo dei blog credo sia solo inutile e dannosa), mi sono seduta, mi sono connessa e ho aperto la pagina di blogger "nuovo post". Sì perché di solito scrivo di getto, non faccio un documento di prova, butto tutto giù direttamente qui e chi si è visto si è visto.

Se i post di fine ferie erano pieni di positività e buoni propositi non posso dire lo stesso del rientro, immersa tra cose di lavoro e vita quotidiana. Un intoppo dietro l'altro, una difficoltà continua. Sono in burn out e non ho nemmeno ancora iniziato. Ad ogni modo migliorerà e non ho voglia di scrivere nulla che riguardi questo periodo.

Invece mi farebbe piacere riprendere il discorso lasciato sospeso l'ultima volta che ho pubblicato qualcosa: le sensazioni che i luoghi visitati questa estate mi hanno lasciato.
Sono state tante, sono state uniche e... non me le ricordo.
Ho fatto l'enorme errore (che continuo a perpetrare) di non appuntarmele tutte subito, manco fossi a corto di taccuini e quaderni di viaggio.
Quindi ora non so cosa tirare fuori, mi torna alla mente la farfalla scura che si è posata sul fiore-palla mentre aspettavo in macchina che Andrea guardasse gli orari del bus. La sensazione di essere in un libro mentre andavo a comprare i panini al chioschetto sul lago, forse nata dal fatto che questa estate ho letto moltissimo (ora, come al solito, mi sono bloccata) o forse nata dal fatto che, davvero, un posto del genere si pensa possa esistere solo tra le pagine di un romanzo.
Mi ricordo il colore dell'aria durante la passeggiata sulle Isole del Frioul, all'ora del tramonto, con i fiori secchi illuminati di arancione e i muri scrostati riscaldati dall'ultimo raggio di sole. Mi ricordo la luce bianca polverosa che filtra tra gli alberi nel Verdon, vicino alla casa dove abbiamo abitato.

Non ricordo molto, non ricordo quanto vorrei e nella necessità di fermare gli attimi mi riconosco in Vivian Maier, con l'urgenza di scattare una foto al momento, che non è un'inquadratura, ma è una sensazione.
Sono andata a vedere la mostra qualche giorno fa, di ritorno da una trasferta di lavoro. L'ho trovata bellissima, commovente fino alle lacrime che, lo so, detto da me vale poco (visto che piango sempre di fronte alle emozioni), ma giuro che è davvero meravigliosa. Ci tornerò, sicuramente e andrò a vedere il film su di lei, se ci riuscirò.

Nel frattempo, però, scrivo qui parte della didascalia espositiva che più mi ha colpita:
"Oggi, con i social media, siamo in grado di produrre immagini e con un semplice click di proiettarle in tutto il mondo. La fotografia è la prova massima di esistenza, e di fronte al talento di Vivian Maier e al desiderio di tenere per sé la propria attività di fotografa come una questione privata, restiamo smarriti e affascinati [...] Se era Vivian a scattare siamo noi ora a fare il resto; a colmare, più o meno arbitrariamente, di vita e di significati quelle immagini nate e conservate così gelosamente dalla sua autrice, accumulate perché potessero preservare la sua vita esattamente come lei la stava vivendo. Da sola"

Io, come tutti, non so quali fossero i sentimenti predominanti nella vita di Vivian Maier, ho letto che era un'accumulatrice piuttosto seriale, che non usciva mai senza macchina fotografica, che era francese per metà e che è morta in maniera banale.
So anche che oltre ai bellissimi scatti in bianco e nero ci sono immagini a colori, a fine mostra. Una parete intera è dedicata a dettagli giallo banana, esattamente come il nuovo muro della mia cucina, il bordo attorno alle piastrelle della zona in muratura, la nicchia della lavastoviglie, la caffettiera, i fiori di melone, la dymo...

Nella foto quassù, quindi, c'è il giallo di Vivian e ci sono io. Da sola.


P.S. Il titolo del post è tratto da uno dei video del corso di Tinkering che sto seguendo on line. La frase si riferisce alle caratteristiche che questa tipologia di apprendimento e insegnamento porta con sé: andare avanti passo per passo, senza fretta. Io non ne sono capace.

martedì 15 agosto 2017

Diaro di Marsiglia


Eccomi.
È Ferragosto, ho appena mangiato salmone, bietole lesse, canestrelli e prosecco e sono in totale pace con me stessa. Mi aspettano un libro, il mare, una corsetta e la mia gatta. Nulla di più, nulla di meno.
Poco fa pensavo a quanto tempo manca prima che io abbia passato più anni senza mio padre che con lui, è stato così doloroso questo pensiero che ho deciso di sedermi e scrivere il post sul viaggio a Marsiglia.
Le foto sono pronte, perché farsi prendere dalla malinconia? Meglio raccontare qualcosa di bello.

Qui trovate il diario del giro in Verdon, durato quattro giorni. Tre giorni e na 'nticchia, invece, li abbiamo trascorsi a Marseille.
Ecco come è andata.

Giorno 1 - La partenza e l'arrivo.

Siamo partiti da La Baume dopo colazione e ci siamo diretti subito verso i campi di lavanda, sperando di trovarne ancora qualcuno in fiore (la stagione era parecchio inoltrata e la maggior parte delle piante era già stata raccolta). Abbiamo viaggiato nella Provenza più Provenza, ma nulla... tutto tagliato. L'unica micro coltivazione ancora fotografabile era alle porte di Valensole, paese carinissimo dove ci siamo fermati a mangiare, a comprare millemila saponi e profumi e a fare amicizia con tutti i gatti disponibili. Una volta ripartiti non ci ha fermati più nessuno: navigatore dritto a Marseille, dove siamo arrivati nel pomeriggio e dove ci siamo subito persi, in auto, nei vicoletti del centro storico. Siamo riusciti ad uscirne miracolosamente e abbiamo parcheggiato (come da consiglio DI TUTTI) in un silos coperto, abbiamo lasciato i bagagli al Best Western e siamo "corsi" a visitare Le Panier, quartiere bellissimo e pieno di angolini dove avrei comprato tutto il possibile. Alla fine, complici la stanchezza e la deriva parsimoniosa che ho tristemente imboccato da un po', non ho preso nulla e sono tornata alla camera con due misere calamite da frigo. Nient'altro. Serata maffa con cena maffa, ma eravamo davvero troppo cotti e troppo travolti dal caos marsigliese per renderci conto di qualcosa. Abbiamo dormito assai e il giorno dopo ci siamo dedicati alla scoperta delle scoperte: Les Calanques.




Giorno 2 - Les Calaques e La Cité Radieuse di Le Corbusier
Sveglia presto, giga colazione (pimp your yahourt forevva) e via a prendere il bus per Les Calanques. Innanzi tutto occorre dire che i mezzi di trasporto a Marsiglia sono tanti e belli, per lo meno dal punto di vista di un genovese abituato a micro bus surriscaldati quanto rari. Siamo scesi alla fermata giusta dopo una mezz'oretta di viaggio durante il quale abbiamo avvistato la tappa del ritorno: La Cité Radieuse di le Corbusier.
Il Parco delle Calanques è bellissimo, rovente, con poca acqua (dove siamo partiti noi c'era una fontana e poi nulla più), con un belvedere fenomenale e con un mare bellissimo. Abbiamo camminato un'oretta e poi siamo scesi per fare il bagno.
Ecco, qui c'è stato un piccolo intoppo: l'acqua era gelata.
E lo dico dopo aver nuotato nella diga del Verdon e in tutti i laghetti di montagna che ho incontrato in vita mia. Non so che fenomeno sia, forse c'è qualche fonte di acqua dolce a noi ignota (effettivamente era molto poco salata) che si mescola al mare, sta di fatto che ci siamo pucciati e siamo assiderati in due secondi. Ad ogni modo, posto meraviglioso e gita splendida. Siamo rientrati sempre con il bus dell'andata (il 21 che parte da Piazza Castellane, se non sbaglio), ma siamo scesi, come previsto, alla fermata Le Corbusier per vedere il palazzone di mille colori super famoso e super fotogenico, cani abitanti inclusi.
In centro i tram erano fermi (c'era il Gay Pride) perciò siamo tornati in albergo a piedi per poi scoprire di aver camminato in tutto venti chilometri.
Bra-vis-si-mi.
La cena, uno spettacolo senza precedenti, l'avevamo prenotata il giorno prima qui. Andateci, ha 14 (quattordici!) coperti, un sorriso bellissimo, lavora da solo e il cibo, per quanto semplice, è buono, economico e pieno di amore.




Giorno 3 - La Plaine - MUCEM - Îles du Frioul
Avevamo fatto un giro a La Plaine la sera prima, dopo cena (per digerire, come gli anziani). Ci siamo tornati la mattina (per scattare foto, come i giovani) e per raggiungere a piedi la Friche la Belle de Mai, uno spazio multiculturale bellissimo, in cui l'energia della condivisione e della sperimentazione si percepisce anche la domenica, quando quasi ogni porta è chiusa e quasi ogni attività è sospesa. Da qui abbiamo preso un bus a siamo andati al MUCEM, il museo delle civiltà europee e mediterranee: bellissimo fuori, abbastanza nullo dentro (cit.). Abbiamo gironzolato su Fort Saint Jean, scattato mille foto nella luce più forte del mondo e, a piedi, siamo tornati in albergo per mettere il costume e prepararci al traghetto. Sì perché la sera abbiamo cenato alle Îles du Frioul e ci siamo goduti un tramonto splendido, con il quale abbiamo cominciato a salutare Marsiglia.






Giorno 4 - Notre Dame de la Garde e il ritorno a casa

Fatte le valigie (e la giga colazione) abbiamo caricato i bagagli in macchina, ci siamo persi nel parcheggio coperto (che non abbiamo mai pagato, ma questa è un'altra storia che non dipende da noi, anzi, aspettiamo fiduciosi la mail per il bonifico) e siamo saliti al Santuario della Guardia. Un botto di gente, un botto di soldati, un botto di candele, ex voto, souvenirs, ma anche un bel panorama. Ecco tutto.
Abbiamo puntato Scatoletta verso casa, ci siamo fermati giusto per pranzare in autogrill e siamo arrivati nel pomeriggio. Stanchi e tanto, tanto contenti.




Nel prossimo post, forse, faccio un elenco delle sensazioni che queste vacanze mi hanno lasciato. Momenti lunghi, attimi velocissimi, sguardi, aneddoti... cose così. Vedremo. Per adesso, buon viaggio a Marsiglia!


martedì 8 agosto 2017

Voglio andare a vivere nel Verdon

Tipo che partirei anche la prossima settimana, giusto il tempo di qualche giorno per fare le valigie e dare in adozione le mie piante.

Mi sono innamorata del Verdon, sapevo che sarebbe successo e non sono stata smentita.


Il motivo? Ce ne sono svariati, in verità, primo tra tutti probabilmente la mia indole in fondo in fondo (ma nemmeno troppo in fondo) sociopatica.
Volevo visitare questo posto da anni, come da anni volevo andare in vacanza, sì perché se escludiamo la scappata in Sardegna a inizio estate non parto dal 2009. Probabilmente sarei stata felice anche di fare le ferie a Vergate sul Membro, ma decidere per il Verdon è stata senza ombra di dubbio la miglior scelta che potessimo fare.

I prossimi due post saranno un diario di viaggio
, il primo (cioè questo) sui quattro giorni in alta Provenza, il secondo (che spero di riuscire a scrivere la prossima settimana) sui tre giorni e mezzo trascorsi a Marsiglia.
Non so ancora, lo deciderò scrivendo, se aggiungere anche sensazioni ed emozioni molto personali all'interno dei post-diario o se dedicare a loro un'uscita a parte... vedremo.

Giorno 1 - Da Casa a Castellane, passando da Grasse.
Dunque, siamo partiti il 24 luglio mattina, con Scatoletta, l'auto di Santa Maria da Vesima (mia madre) che ce l'ha prestata di nuovo. Non paga di aver girato le brulle vie sarde, la nostra mini macchinetta rossa ha dato il meglio di sé sulle creste francesi: con poco più di un pieno ci ha portati fino a Marsiglia e ritorno, compresi un sacco di viaggi interni nelle valli provenzali (a Marsiglia, invece, si è riposata in un parcheggio coperto, su consiglio di TUTTI).
Abbiamo attraversato la Liguria e siamo arrivati in Francia all'ora di pranzo, per la precisione a Grasse, che tutte le mappe di Google chiamano Grassa (in occitano), probabilmente dopo aver assaggiato il Croque monsieur au saumon che ho mangiato io. Che dire di questo paesino super provenzale e super fiorito dove ero già stata anni fa? Vi basti sapere che in tutte le viuzze sono presenti bocchette di acqua nebulizzata profumata che sparano nuvole sui turisti e che dietro alla chiesa c'è uno spazio alberato dove potete degustare ghiaccioli al caffè ripieni di caramello salato (Grassa, dicevamo...), comodamente spaparanzati su una sedia a sdraio colorata.

Dopo pranzo siamo partiti subito alla volta di Castellane, il paese vicino a La Baume, ovvero il gruppetto di case dove si trova il rifugio che ci ha ospitati. Castellane è sede di tutti i negozi specializzati in sport estremi della valle, nonché momentanea abitazione di orde di scoppiati muscolosi, arruffati e prontissimi a lanciarsi in un vuoto qualsiasi.
Arrivati a destinazione ci siamo diretti subito alla Gîte (dove abbiamo trascorso tutte le notti in Verdon) per farci conoscere, lasciare i bagagli, prenotare la cena e perlustrare un poco la zona.
Qualche chilometro di curve su per la montagna e si arriva a casa di Alice, Matthieu e il piccolo Lou (più cane e gatto dello stesso colore). Li amerò tutti per sempre, perché a colazione ho mangiato ogni mattina pain au chocolat, burro, miele di lavanda e rosmarino, baguette calda, composte di frutta, latte fresco e yogurt della valle. Li amerò tutti per sempre perché hanno avuto la pazienza di parlarmi con lentezza e ascoltare il mio francese un po' zoppicante, perché sono stati sempre super gentili e altrettanto discreti, perché le due cene che abbiamo consumato lì erano uno spettacolo e perché hanno avuto la voglia, la forza, l'idea di prendere in gestione un posto così bello come quello.

A proposito di cena, la prima sera siamo rimasti in rifugio e abbiamo mangiato agnello e polenta buonissimi, preso un aperitivo con birra tapenade di olive e salamini e gustato una mousse al cioccolato senza precedenti. Attorno a noi altre due coppie e un amico dei gestori. Fuori mille animali, compresi il ragno più grande del mondo e una presunta (perché non l'abbiamo vista) famiglia di cinghiali che ci ha svegliati all'una di notte sgrufolando sotto le nostre finestre.




Giorno 2 - La Route de Cretês

Siamo partiti da Genova con l'idea di seguire il più possibile questo itinerario, scovato per caso cercando informazioni nei mesi scorsi. In realtà la Route de Cretês (la strada delle creste) l'abbiamo fatta in un giorno solo, metà alla mattina metà al pomeriggio, con una pausa pranzo meritatissima a Moustiers Sainte Marie. Se non conoscete la storia di questo paesino vi consiglio di andarla a leggere, è davvero una poesia.
Il giro delle gole è pieno di gente, meno di quanto ci aspettassimo in verità, ma i belvedere distribuiti lungo tutta la strada sono presi d'assalto (giustamente!) da tanti turisti. Cosa c'è da vedere? Beh, le creste, le gole profondissime con il Verdon che scorre lento sul fondo (vedi foto di apertura), le persone che arrampicano appese qua e là e, soprattutto, i grifoni. Sono ovunque, non si fa fatica a individuarli, né a fotografarli, come potete vedere qui sotto.
Rientrando al rifugio abbiamo costeggiato anche il Lago di Saint Croix, un luogo assurdo pieno di pedalò colorati e tuffatori senza senno che sembra uscire da un parco giochi di Wes Anderson.
Bollettino animali della giornata: oltre ai grifoni anche un coniglietto piccolissimo sulla strada per Castellane e uno scoiattolo nero sull'albero davanti a "casa". Sono quasi morta di gioia.




Giorno 3- Il Sentiero Martel

Abbiamo dedicato, come previsto dalla nostra tabella di marcia, l'intera giornata al Sentiero Martel. Questa lunga camminata (circa 13 Km) costeggia una consistente parte del fiume a volte seguendolo quasi allo stesso livello, a volte salendo in quota. Il verso da cui abbiamo imboccato noi il sentiero è il più duro ma anche il più semplice se si soffre di vertigini (lui) e di claustrofobia (io). I tunnel (quasi un chilometro diviso in due gallerie) iniziano subito, quindi si è ancora ampiamente in tempo per desistere e tornare in dietro in caso di panico, mentre i tratti esposti se percorsi in salita come nel nostro caso risultano più agevoli. Non sapevamo se saremmo riusciti ad arrivare in fondo e, soprattutto, non sapevamo se lo avremmo fatto in tempo per prendere la navetta con cui tornare da Scatoletta. Il Martel, infatti, non è un anello ed essendo piuttosto lungo non è semplice percorrerlo andata e ritorno per rientrare da dove si è partiti. Ad ogni modo, con qualche pausetta per recuperare fiato e bagnarsi la testa, con una sosta per il pranzo e alcuni stop obbligati per scattare foto siamo arrivati alla fine non solo con un buon anticipo sull'autobus ma anche con il tempo per un gelato.

La sera a cena siamo (OVVIAMENTE) rimasti in rifugio: cous cous alla provenzale e gelato homemade nel menu, un carico gigante di stanchezza, gioia e soddisfazione nelle ossa.
Per quanto riguarda l'avvistamento bestie abbiamo fatto il pieno di grifoni e rondini e abbiamo incontrato, sulla via del ritorno, una grossa lepre e un rospo ciccione (evviva!).




Giorno 4 - Il Lago di Castillon
Vista la sfacchinata del giorno prima abbiamo deciso di dedicare l'ultimo giorno nel Verdon all'esplorazione dei paesini vicini a Castellane e alla visita della diga del Lago di Castillon. Se volete sapere un po' di informazioni su questo posto potete leggere qui (non perdetevi il particolare dell'orologio perché è bellissimo). Costeggiata la diga con l'idea di arrivare a Saint André Les Alpes ci siamo invece fermati a Saint Julien du Verdon.
Lì ho trovato il mio paradiso, dove ho nuotato, letto, desiderato con tutta me stessa un gonfiabile a forma di aragosta, mangiato un panino ai peperoni e, soprattutto, dormito fortissimo sotto un salice piangente. Non credevo di essere capace di rilassarmi così tanto, e invece... anche un'irriducibile isterica come me è in grado di staccare la spina.
Prima di rientrare a Castellane abbiamo raggiunto questo posto: pochissima vita (almeno in apparenza), ma tanta bellezza!
A cena ci siamo fermati qui, un piccolo gioiellino provenzale con le lucine sull'albero nel cortile e i gamberi al Pastis più buoni di sempre (e, notare bene, a me il Pastis non piace).




Ecco, abbiamo finito.
Il quinto giorno è stato di saluti al rifugio (mi sarei attaccata alle gambe dei gestori per rimanere) e di passaggio tra il Verdon e Marsiglia, ma preferisco raccontarvi la nostra (quasi vana) ricerca delle lavande in fiore nel prossimo post.




lunedì 17 luglio 2017

12 anni senza e 6 mesi con

Questa quassù è una foto di lavoro.

Questo quaggiù è un post che parlerà (anche) di quello, del lavoro.
Andiamo con ordine: sono sei mesi ora, più o meno, che ho aperto la famosa partita IVA.
Credo sia il momento di fare una sorta di bilancio e, posso dirlo forte, è andata bene. Meglio di quanto mi aspettassi, in verità.
Non sto, ovviamente, parlando di soldi: le tasse per il primo anno e l'anticipo per il secondo penso mi spelleranno viva, ma sto per affrontare i prossimi due mesi con una mole di lavoro inferiore e con una buona dose di leggerezza nel cuore.
Che poi - oh - per mole di lavoro inferiore intendo che starò completamente ferma giusto un paio settimane, come un impiegato medio.... il resto dell'estate si progetta, si va in trasferta, si provano nuovi laboratori e si alimentano le collaborazioni nate da poco.

Sì, perché di questi primi sei mesi sono le reti che ho tessuto ad avermi stupita di più. Sono arrivate inaspettatamente e hanno dato vita a progetti davvero belli, ai quali sono molto felice di lavorare.
Ho mantenuto e implementato quello che già facevo, ho aggiunto nuove attività e nuove persone nelle mie giornate e mi sono messa alla prova come mai prima d'ora.

Sono soddisfatta? Sì.

La mia paura più grande era di ripetere l'esperienza un tantino traumatica della libera professione già sperimentata in passato, invece, questa volta, il fatto di dipendere solo da me stessa per quanto riguarda presenza e impegno è stato determinante.
Certo, con la commercialista (povera donna) ho un filo diretto, tanto che quando ne parlo faccio sempre un lapsus meraviglioso (e assai significativo!): invece di dire commercialista dico, SEMPRE, psicoterapeuta. L'ultima volta giusto un paio d'ore fa.
Bene no?

Quindi, sei mesi di partita IVA e non sono ancora impazzita, non sono ancora completamente povera, non sono ancora priva di energie... quasi.

Nel titolo, però, c'è scritto pure 12 anni senza: questo lungo periodo di tempo si riferisce agli anni trascorsi senza mio padre.
Sabato scorso era l'anniversario della sua morte e io mi sono ritrovata a pensare che non mi manca più del solito, quello no, ma mi manca diversamente.
Mi chiedo spesso come sarei e cosa farei ora se lui non si fosse ammalato: la risposta non mi piace mai.
Ultimamente, invece, mi sto domandando anche cosa penserebbe di questi piccoli grandi traguardi, lui che teneva un foglietto con i voti dei miei esami universitari da mostrare agli amici, senza che io ne fossi a conoscenza.
Mi avrebbe impedito di fare il salto della partita IVA? Probabilmente sì, ma il problema non si sarebbe nemmeno posto perché non penso sarei mai andata a vivere da sola nel centro storico, se lui fosse stato vivo.
Non avrei, quindi, cambiato la mia esistenza così radicalmente, perché nulla è stato tanto sano, importante e determinante per me quanto trasferirmi in quella piccola stanza dietro alla porta rossa sui tetti.

In ogni caso chissà cosa direbbe mio padre del fatto che, per vivere, progetto, organizzo e conduco laboratori di robotica.
Lui, elettronico di super talento, in grado di riparare e assemblare qualsiasi oggetto contenente un circuito al suo interno, che mi vede adesso connettere i cavi coccodrillo a una pila per accendere un led.
Cosa farebbe?
Forse riderebbe.
Forse lo scriverebbe sul suo foglietto, accanto ai voti dell'università.


P.S.
Tornando alla foto, fatta durante l'ultima grossa fatica lavorativa (la Summer School di Scuola di Robotica, gli altri miei scatti li trovate qui), sembra proprio riferita a noi due, uno grande e l'altra piccola, così simili così diversi, così vicini così distanti.

venerdì 7 luglio 2017

Senza modifiche

Non avevo idea del titolo per questo post fino a che non ho caricato la foto quassù.
L'ho sistemata un poco con Lightroom ma quando è stato il momento di tirarla via dal desktop ho preferito quella originale, con un blu talmente intenso da fare male agli occhi. E pazienza se è un po' storta, del resto il golfo ligure non è mica dritto.

Siamo quasi entrati nel week end e una nuova settimana è trascorsa, facendo scendere a due le settimane che mi separano dalle ferie.
Non abbiamo ancora finito di prenotare tutto ma, se le cose non cambiano, dovremmo fare un bel giro nel Verdon e qualche giorno a Marsiglia. Ora non mi resta che attendere fiduciosa le somatizzazioni del caso :-)
Ma, tornando alla fotografia in apertura, si tratta di uno scatto di domenica scorsa quando, complice il vento fresco, abbiamo deciso di fare una piccola gita. Sentiero già battuto più volte, in verità, ma come potete vedere ne vale la pena sempre.
Parcheggiato il motorino a Portofino Vetta abbiamo fatto un salto al Paradiso (dove è stata scattata l'immagine) e siamo andati a mangiare a Semaforo Nuovo. Mezzo pisolino sulla panca di legno e via di ritorno per trascorrere il pomeriggio "sotto al cielo di Camogli" (cit).

Lati positivi della giornata? Tutto il sentiero nei boschi, la farfalla posata sul tronco (e le millemila che ci svolazzavano intorno), il giglio di San Giovanni a bordo strada, i ragazzi silenziosi che finalmente non rovinavano tutto con i soliti schiamazzi sul belvedere, la coppia con il cane nell'area pic nic, pure quella muta e rispettosa dei luoghi come è giusto che sia (si vede che odio chi urla nel bosco, vero?), il levriero afghano con i bigodini (giuro), il parcheggio trovato subito, il gelato per merenda, i pesciolini nel porticciolo e il sushi da asporto la sera.

Note negative, invece, solo una: il delirio di gente in spiaggia. C'era mareggiata, ce lo aspettavamo, ma mai e poi mai avrei immaginato, tentando di stendere l'asciugamano, di sentirmi rispondere che il posto era chiaramente occupato da due persone, in quel momento assenti, che però avevano lasciato l'ombrellone aperto affinché proiettasse l'ombra sulla sabbia segnalando INEQUIVOCABILMENTE la proprietà privata.

Preso. Via. Sciò.

Queste cose mi fanno diventare idrofoba, visto che, fosse per me, le spiagge libere dovrebbero essere, appunto, sempre libere e fruibili: no lettini, no sigarette nella sabbia, no ombrelli enormi che offuscano il sole a trenta persone contemporaneamente, no pallonate nei denti, no musica a tutto volume. C'è una via di mezzo, direte voi, sono d'accordo, rispondo io, ma visto che non sappiamo gestire le nostre azioni e non abbiamo buon senso (vedi prenotare porzioni di spiaggia proiettando ombre cinesi gigantesche sulla sabbia, spegnere le sigarette sui piedi dei vicini, urlare Niccccoooooooooooooola finché Nicola non esce dall'acqua ormai sordo, posizionare lettini sulla schiena altrui, sparare Despacito in loop a tutto volume tanto ormai siamo tutti sordi grazie alla mamma di Nicola, mirare alla nuca della gente seduta ogni volta che si tira un calcio al pallone), io non ho mezze misure e faccio la genovese DOC fino in fondo... odiando tutti.

Detto ciò, spiego il motivo vero del titolo, che non è dovuto solo all'assenza di modifiche della foto che ho scelto, ma si riferisce soprattutto a una cosa: io di questo mio periodo non modificherei nulla.
Forse alleggerirei un po' le spalle dalla tanta stanchezza, fisica e mentale, accumulata negli ultimi mesi ma, per il resto, va benissimo così.
E non è poco.



venerdì 23 giugno 2017

Canto della Pianura


Di solito di libri scrivo solo A Casa di Cindy.


Ormai il Leggermente mi (ci) tiene compagnia da più di due anni e, nonostante negli ultimi tempi io non riesca più a preparare una recensione con scadenza mensile, è un appuntamento a cui non voglio proprio rinunciare.
Soprattutto perché "mi costringe" a leggere e a scrivere, due attività preziose che si alimentano a vicenda e che, almeno d'estate, vorrei mi tenessero compagnia il più possibile.

Quindi, dicevo, di solito le mie opinioni su ciò che leggo le trovate nel blog di Cinzia, questa volta, però, sento l'urgenza di riportarle qui.
Perché? Perché Canto della Pianura di Kent Haruf è un libro speciale, un romanzo che per me segna una nuova partenza, un nuovo modo di rifugiarmi nella lettura.
Me lo ha consigliato (e prestato) mamma, dicendomi che finito questo mi avrebbe portato anche Crepuscolo e Benedizione, gli altri scritti legati a Canto della Pianura, se non altro per ambientazione.

In pochi giorni l'ho divorato, l'ho messo in borsa e l'ho letto veramente ovunque, in ogni momento libero: al mare, sul treno, in metro, sul divano, in piazza, su una panchina, sul terrazzo, in piscina e persino al cimitero (un piccolo camposanto di periferia mentre aspettavo di entrare al lavoro poco distante).

Di questo libro mi hanno colpito la scrittura e la completa assenza di morale: io, per lo meno, non ho trovato nessuno giudizio.
Nella quarta di copertina si legge "vite insignificanti ma indispensabili, per la più semplice delle ragioni: per la voce stupenda, quieta e luminosa, con cui Haruf ci racconta della sua Holt, di questa piccola città dove ci sembra di vivere da sempre e che mai vorremo lasciare".
Ed è proprio così: in fondo nessuno dei protagonisti ha un ruolo fondamentale, ma, nello stesso tempo, senza la sua presenza il romanzo non sarebbe lo stesso.

Per me che sono cresciuta in un piccolo piccolissimo paese la questione è chiara e limpida, perché anche dove ho vissuto io fino a che sono rimasta a casa dei miei ognuno aveva il suo spazio, le sue caratteristiche, i suoi modi, il suo peso. L'allevatore, il contadino, il ferroviere, la maestra, il giornalista, la professoressa, l'infermiere, la sarta, l'ingegnere, il veterinario... ognuno giocava una parte, recitava le battute del copione segnate con la prima lettera del suo nome e nulla sarebbe potuto essere altrimenti.
Ogni volta che qualche vicino dei miei andava via dal paese veniva a mancare un pezzo del puzzle e l'equilibrio della comunità doveva essere ripristinato; niente di insuperabile o di particolarmente drammatico, proprio come Haruf racconta nel Canto della Pianura.
Cose che succedono, che si superano, che si cerca di gestire: a volte ci si passa attraverso senza parlarne con nessuno, oppure si fa una telefonata per chiedere un consiglio, a volte ci si sfoga per ore davanti a qualcosa di forte oppure si sceglie di nascondere tutto sotto il tappeto, sperando di dimenticare in fretta.

Nel libro di cui scrivo oggi c'è il quotidiano, senza grandi colpi di scena ma con passaggi scritti in maniera meravigliosa, con quello stile che fa bene al cuore da quanto è perfetto. C'è una descrizione del vapore che esce dalle narici di un cavallo nel freddo dell'inverno che penso di aver riletto tre volte, da tanto mi è parsa completa. Ecco, Canto della Pianura credo sia un libro completo, che non eccede perché non ce n'è bisogno, ma scordatevi di pensare che per queste ragioni si tratti di un insieme di pagine fredde e poco coinvolgenti: io ci ho trovato un enorme carico di amore.

Quindi, detto questo, mi avventuro in Crepuscolo, il secondo volume della trilogia, più fiduciosa che mai e impaziente di incontrare di nuovo i fratelli McPherson.
Colonna sonora, che non fa mai male.

venerdì 16 giugno 2017

Punti fermi


La mia casa è un casino.

Si vede bene dalla foto quassù e si vede bene aprendo la porta sgangherata dell'ingresso. Il motivo principale è il lavoro la pigrizia e per questa ragione vorrei riprendere un momentino in mano la situazione. Perché non è solo la casa ad essere un casino, pure la mia persona lo è e anche le serate, le spese al supermercato, le cene e le colazioni lo sono.

Ho completamente perso i contatti con me stessa.
Ne soffro? No, o forse un po', non l'ho ancora capito.
Perché mentre tutto quello che mi circonda è un casino la questione lavorativa è incredibilmente sotto controllo. Ora che l'ho scritto, sicuramente, andrà tutto a rotoli, ma fino ad allora posso dire che le cose marciano bene, come ingranaggi ben oliati.

Come ho fatto? Lavorando. Tanto e in maniera poco pensata all'inizio, tanto e in maniera ragionata adesso.

Temevo di non riuscire a diversificare le fatture e ora mi ritrovo con committenti tutti differenti, credevo di faticare a programmare collaborazioni per l'autunno e invece stanno succedendo cose inaspettate che è ancora presto per parlarne ma è il momento giusto per coltivarle.
A proposito di coltivare ecco che arrivo al centro del mio post: ho l'esigenza di riprendere le fila della mia vita extralavorativa e per farlo ho deciso di scegliere dei punti fermi da posizionare strategicamente durante le giornate estive.
Ieri ho fatto l'ultimo corso a scuola e posso dichiararmi libera fino a settembre (summer school, piccoli lab e trasferte a parte), quindi è il momento giusto per rivedere le mie tempistiche.
Vi dico cosa ho pensato di fare per me nei prossimi mesi raccontandovi in che modo sono arrivata alla conclusione che avevo bisogno di spazio:

1. Come ho scritto all'inizio non mi ritrovo più in casa mia: troppi materiali che mi riportano costantemente al lavoro, con la testa e di conseguenza con i pensieri. Devo riorganizzare la dispensa, devo rendere il piccolo appartamento in cui vivo un appartamento vero e non un deposito di scotch, forbici, scovolini, cartone, pennarelli, colla, carta, nastri... .

2. Negli ultimi sei mesi i contatti con la gente sono stati pochi e per gente intendo amici e nuove persone con cui condividere il cammino su questa terra (che detto così suona un tantino solenne ma è quello che penso). Me ne sono accorta in Sardegna dove ho fatto il pieno di empatia, me ne sono accorta alla Fiera della Maddalena immersa in un quartiere in festa e seduta a cena insieme a decine di persone mai viste prima e me ne sono accorta ieri sull'autobus dove la ragazza di fronte a me ha cominciato a piangere, prima sommessamente, poi disperatamente. Ascoltava qualcosa con le cuffie, era discreta e sola nel suo dolore e io, dopo un po', non ce l'ho fatta più, le ho posato una mano sul ginocchio e le ho chiesto "Posso aiutarti?". Ho pensato a lungo a cosa fare, genovese fino al midollo temevo di darle fastidio. Lei mi ha risposto "Grazie, no" e mi ha detto grazie pure quando è scesa, così io ho iniziato a piangere al posto suo appena si sono chiuse le porte del bus.

3. Non ho idea di dove siano sepolti i nonni paterni. Non ho nemmeno idea di dove siano e come stiano mia zia e mia cugina, dal funerale di papà non ho più saputo nulla di loro. Sono trascorsi quasi dodici anni.
Quando è morto mio nonno andammo alla sepoltura, quando morì mia nonna, invece, io ero in Germania e i miei me lo dissero solo al rientro. Quindi, ricapitolando, sono (quasi) morti tutti ma la maggior parte di loro non so dove sia. Negli ultimi mesi ho lavorato in un posto vicino al cimitero che credo essere il camposanto dove si trovano i miei nonni. Questa settimana sono andata a cercarli: due ore sotto al sole, con i sandali nuovi ai piedi e una maglietta talmente bagnata di sudore che ho dovuto cambiarmela nascosta dietro a una lapide. Sorvolando su questa scena tipicamente in linea con il mio stile a tratti un tantino bizzarro, sono dell'idea che la prossima volta che tornerò in quel posto riproverò a cercarli... magari l'enorme airone all'ingresso ci sarà di nuovo. Morale della favola: tra le cose che sto provando a recuperare c'è il contatto con le mie radici, che, per anni super coltivato, ora langue da troppo tempo.

4. I mini balconi sull'Albero dove vivo sono verdissimi, ho piantato semi, lasciato crescere fiori che non ho regalato, tentato di salvare edere ricoperte di afidi con il metodo dell'aglio: infilare nel terreno uno spicchio che con il suo odore scacci gli insetti. Risultato? Gli afidi brulicano, le edere faticano, l'aglio è germogliato e cresce vigoroso nei vasetti. Visto che di piante non ce ne sono mai abbastanza ho deciso di adottare un piccolo orto! La prossima settimana andrò a vederlo e non sto nella pelle. Non so ancora cosa pianterò, certamente dei fiori come i tageti, le calendule e i nasturzi. Poi credo qualche verdura e magari anche delle aromatiche... vedremo!

5. Come scrivevo all'inizio, ho perso il controllo della mia casa ma anche della mia persona. I capelli vivono di vita propria, una vita spericolata (cit.) oserei dire. La palestra è un lontano ricordo: gli orari di lavoro erano inconciliabili con quelli del pilates. Il colorito, rinvigorito in Sardegna, sta tornando cadaverico. Che fare? Ho comprato un paio di nuove scarpe da running (delle altre sono riuscita a vulcanizzare la suola, tra iper utilizzo e iper abbandono), ho svecchiato il parco creme solari dalla protezione 30 alla 15 passando per la 25 e ho fatto una tesserina da 10 ingressi per la piscina del Porto Antico. In questo modo spero di recuperare coscienza di me al più presto.

6. Ho ripreso in mano la questione lettura, dopo interminabili serate al pc concluse a letto stecchita forse adesso riesco a ricominciare a leggere. Mi manca moltissimo, soprattutto mi manca non avere la testa per farlo. Credevo che non mi sarebbe mai successo, e invece...
Per adesso ho infilato nello zaino Canto della pianura di Haruf, vedremo se mi piacerà e se sarò in grado di ritagliarmi effettivamente del tempo per lui.

Direi che è tutto, mi sarebbe piaciuto scrivere anche un poco di ciò che accade nel mondo e inevitabilmente modifica il mio modo di percepire la vita, ma non ne ho voglia, è troppo complicato. Di sicuro, tutto questa incapacità di gestione dei social network, ridotti a un catino in cui riversare vomitate di insulti e/o bufale e/o cattiverie e/o complotti e/o gattini mi sta diventando alquanto stretta. Se solo imparassimo a sfruttare Facebook per mantenere contatti, crescere lavorativamente, scoprire e, perché no, condividere cose lontane da noi sarebbe tutto più semplice e più bello. Ne sono sicura.